ouroboros_corsair: (Default)
[personal profile] ouroboros_corsair
Titolo: Ora Esatta
Fandom: Originale
Rating: PG-13 (violenza)
Conteggio parole: 11058 (W)
Scritta per: La IV Disfida di Criticoni (Team Lambda ♥).
Prompt: scontroso/simpatico
Note: È andata così:
[livejournal.com profile] juliettesaito: ç__ç amour, che scrivo?
[livejournal.com profile] fiorediloto: perchè non scrivi qualcosa con un oggetto senziente? Tipo un orologio?
[livejournal.com profile] juliettesaito: mhhh... tipo un orologio malvagio.. *_* *____* *________*





Ora Esatta

2008

Sotto l’asse del pavimento, camera da letto, ore 8:30.

So che detesti dormire in questa vecchia casa, e so che non è soltanto per via degli incubi che ti tormentano, quel rumore invisibile che ti fa svegliare sudato e sconvolto.
È successo tante volte, e tutte le volte hai provato la puntura sottile del fastidio e del dispetto nei confronti di tua moglie, addormentata placidamente con i capelli biondi sparsi sul cuscino, un piccolo sorriso sulle labbra pienotte da bambola.
In momenti come quelli, annebbiato dal sonno e dalla sua mancanza, frastornato dall’incubo, vorresti quasi picchiarla.
Allunghi la mano, esiti prima di affondare le dita nel suo braccio morbido e paffuto e pizzicare forte.
Non lo fai, non l’hai mai fatto.
Osservi le sue labbra morbide, le ciglia quasi trasparenti, il pugno piccolo da bambina arrotolato contro la guancia, un dito quasi sulla bocca, e dimentichi la forza con cui l’hai odiata.
Il pensiero è talmente breve che non lo registri, torni a dormire dopo pochi attimi di totale silenzio e vuoto, e non ricordi mai nulla.
Per fortuna, dormi in questa casa soltanto una o due notti all’anno, quando raggiungi i nonni e gli zii per la commemorazione.
So che ogni volta che ti svegli qui sei già di cattivo umore, con un fabbro infernale al lavoro tra le pareti del tuo cranio e in bocca un sapore che preferisci non saper descrivere.
So che sei brusco con tuo figlio soltanto in questi due giorni, e che soltanto in questi due giorni il bambino ha imparato a domare la curiosità instancabile dei suoi cinque anni.
Quando vi mettete in auto e ripartite verso casa sta buono sul sedile e finge di sonnecchiare, ed è soltanto quando tiri un respiro profondo, ingrani la quarta in autostrada e accendi l’autoradio sulle sue canzoncine preferite, che riacquista il sorriso e si siede a metà del sedile posteriore, con la testa che sporge tra i sedili davanti e le solite mille domande.
In tutti questi anni non ti sei mai reso conto del fatto che i suoi quesiti girano alla larga da quei due giorni, come se non fossero mai esistiti.
Come se fossero soltanto un brutto sogno.
Tua moglie, che Dio la benedica, non si accorge di nulla. Non nota il tuo nervosismo, non nota il rumore, non nota la luce spaventosa che si accende nei tuoi occhi.
Anche ora che ti specchi per annodare la sobria cravatta listata di nero e ripassi a mezza voce il discorso, non riesci a scrollarti di dosso una sensazione insinuante.
Ti striscia sotto la pelle e ti rende nervoso, più nervoso di quanto possano aver fatto le tre tazze di caffè che hai preso appena sveglio, con gli occhi gonfi per il poco sonno.
Angela si è assicurata che il bambino facesse colazione e fosse pronto ben prima dell’ora stabilita, e l’ha mandato a giocare con i cugini, sulla scia di vaghe raccomandazioni sul non sporcarsi il vestito buono.
Ti rendi conto a stento di quanto questa sua preveggenza sia fuori dal normale. Tutto, quando ti trovi nell’ex casa della tua famiglia, assume caratteristiche surreali.
Pensi che sia come un televisore stregato, con la saturazione al massimo e le voci distorte.
Tutto appare familiare, e niente lo è.
Sei di nuovo di fronte allo specchio, e con un pettine bagnato tenti di far stare giù un ciuffo di capelli ribelle. Sei assorto in mille pensieri diversi, stemperati in un uniforme velo di malcontento. La stanchezza, il nervosismo, il senso di colpa per un dolore che negli anni si è affievolito e spento, l’irritazione per il graffio che ti sei fatto mentre ti rasavi, proprio di traverso sul mento, e che non vuole chiudersi.
Ed è allora che mi senti.
Sfreghi il taglio e mediti su come nasconderlo, pensi persino di ricorrere ad una goccia di fondotinta sottratta al beauty-case di Angela, ed è mentre accarezzi l’idea che ti accorgi del ticchettio.
Tic-toc.

Sono qui, qui sotto, seppellito sotto un’asse divelta del pavimento. E so che mi senti. Ti guardi intorno nella stanza, osservi con sospetto l’orologio di Angela, un cosino da polso con una sottile catena d’oro e il quadrante minuscolo. L’appoggi all’orecchio. Il ticchettio è timido e armonioso, impercettibile.
Tic-toc.
Avvicinati, avvicinati, guarda sotto il letto. L’asse non è incastrata, la noterai subito.
Non farti ingannare dalla scatola di latta che una volta conteneva biscotti. Tirala su, spazza via i fiocchi di polvere dal coperchio.
Tic-toc, tic-toc.
Due bambini chiaramente ariani giocano col cerchio e il bastoncino. Un cane bianco e nero li segue con la lingua rosa penzoloni, quasi inciampando nelle zampe forti e tozze.
Conosci questa scatola da tempo immemore, non sai bene a chi appartenesse.
Tic-toc-tic-toc-tic-toc-tic-toc-tic-toc.
Sollevi il coperchio e guardi all’interno con aria perplessa.
Un frammento di specchio, una vecchia radiolina portatile, un telecomando, un telefono cellulare senza batteria…
Silenzio.
Un orologio da parete, in plastica e alluminio, fermo sulle ore 8:45.
Bentornato, Charles.
Richiudi la scatola e la fai scivolare con malagrazia sotto al letto; hai sentito piccoli passi rapidi avvicinarsi e sostare fuori dalla porta.
È tuo figlio, che con aria timida viene a prendere l’orologio dimenticato dalla madre.
Mentre si allontana stringendo con cura il prezioso gioiello, ti sembra di sentire il ticchettio del delicato meccanismo, lieve come un battito d’ali.
L’altro ticchettio – il mio – si è fermato, per ora.
Scuoti la testa mentre afferri la giacca e ti chiudi la porta della stanza alle spalle.
Non puoi ritardare.

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Eco di Bakersville – 14 giugno 2008

Dieci anni dopo – di Horace Harker


Chi vive a Bakersville da molti anni non ha bisogno di alcun promemoria per ricordare perché questo sia un giorno tristemente speciale.
Il cupo suono delle campane, che soltanto in questa occasione vengono sciolte dall’imbracatura protettiva, è sufficiente a portare alla mente dei cittadini di Bakersville quanto avrebbero voluto dimenticare da lungo tempo.
Chi non è del luogo troverà forse dieci minuti di morbosa curiosità nel leggere il riepilogo degli eventi che per dovere di cronaca si riporta di seguito, ma chi è nato e vissuto per tutta la sua vita a Bakersville saprà trascendere questi dettagli mondani e si unirà al rinnovato cordoglio della famiglia Adams, nel decimo anniversario della tragica scomparsa dei propri cari.
Nella ricorrenza del decimo anno, l’Eco di Bakersville ha raccolto le testimonianze e il ricordo dei concittadini, che con commosso affetto ancora porgono il proprio saluto agli scomparsi.
Come ogni anno in questa stagione, Bakersville è intrisa dei colori vibranti dell’estate, eppure per un giorno si spoglia della veste festiva e indossa il velo fitto del dolore.

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Taschino della giacca, ore 8:59.

Non ti innervosire, Charles. L’hai già fatto molte volte, e le facce sono le stesse, soltanto più vecchie e grigie.
C’è ancora quel vecchio scribacchino insopportabile che pensa di essere il reporter del secolo. Lo vedi? Ha il sigaro in bocca e scarabocchia con una penna stilografica sputacchiante su un blocco di carta spessa.
Sai cosa sta scrivendo e sai che saperlo ti fa aggrottare la fronte e irrigidire il viso in un’espressione che sarà descritta come di ‘atavico dolore’.
Sai cosa vuol dire ‘atavico’, ma non sapresti spiegarlo a parole, e ad ogni modo, il tuo dolore certo non lo è.
Ora che sei fuori di casa, in questo cimitero che sembra un giardino inglese, col suo bel prato pettinato e i convenuti col vestito buono – ‘vestiti buoni’ che possiedono da almeno dieci anni, sono sempre gli stessi – e il sole che fa a nascondino tra le foglie degli alberi, non riesci a capire perché ti sentissi tanto nervoso questa mattina.
Hai messo in tasca l’orologio a cipolla che era di tuo nonno, quello d’argento con la cassa incisa e la catena elegante, e hai tirato fuori dall’altra i fogli spiegazzati col discorso.
Ti schiarisci la gola a microfono spento, cerchi allo stesso tempo di tener fermi i fogli sul ripiano del podio e di lisciarli, ma una brezza sostenuta te l’impedisce.
Il fermacarte improvvisato è proprio il cipollone di famiglia, che ora ti fissa imperioso e austero con la dignità delle sue cifre romane e delle lancette elaborate, ormai annerite dal tempo.
Ti sembra quasi di riconoscere un volto, gli occhi nei due quadranti in miniatura – quello dei secondi, e l’altro con le fasi lunari – la bocca nella mezzaluna coricata del calendario, sotto il perno delle lancette.
Un volto che ti sta spiando.

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Eco di Bakersville – Cronologia – di Horace Harker

1977 – Arthur e Gloria Adams si trasferiscono a Bakersville, al numero 14 di Maple Drive.
1978 – Nasce Charles, il primo figlio della coppia.
1981 – Nasce Vanessa, la seconda figlia.
1985 - Nasce Matthew, il terzo e ultimo figlio.
1998 - In un’inspiegabile tragedia, i coniugi Adams e il figlio minore vengono assassinati. La figlia Vanessa scompare per un’accidentale overdose di farmaci.
1999 – Charles Adams lascia la casa di Maple Drive e si trasferisce nel dormitorio dell’università. A partire da quest’anno la casa sarà disabitata, fatta eccezione per i custodi.
2002 – Viene celebrata a Bakersville la prima messa in suffragio per gli Adams. L’intera città partecipa al dolore del figlio Charles e dei parenti più stretti.
2004 – Il numero 14 di Maple Drive viene messo in vendita. La casa viene ritirata dal mercato dopo pochi mesi a causa di alcuni incidenti che fanno dubitare della sua solidità strutturale.
2005 – Terminati con profitto gli studi, Charles Adams lascia definitivamente Bakersville trasferendosi in un’altra area dello stato.

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Scatola di latta, sotto il letto matrimoniale, ore 15:30.

Angela ha portato il bambino con sé in soggiorno, accomodandosi sul divano di pelle con un lenzuolo e un tè freddo.
Tu sei in camera da letto, schiavo di un cerchio di ferro che si è chiuso sulle tempie pochi secondi dopo il ritorno a casa, senza neanche lasciarti il tempo di guardare come promesso il disegno fatto da tuo figlio.
Ti stendi sul letto dopo aver sfilato scarpe e giacca; osservi lo spigolo del soffitto, dove un ragno sta placidamente rammendando la ragnatela. Il ragno è bello grosso e la ragnatela è l’equivalente di una villa monumentale.
La presenza dell’animale non ti disturba, ma ti sembra di udire ogni microscopico colpetto di zampa sul filo della tela, un contraccolpo di sfere cinesi nel vuoto della tua testa.
Tic-toc.
Il ticchettio si sintonizza a sbalzi come una radio fuori frequenza quando hai finalmente chiuso gli occhi e stai per addormentarti.
Per un attimo la tua mente stanca si ribella, tenta di proteggere il tuo riposo, ma il richiamo è troppo forte e riapri gli occhi di scatto, paralizzato.
Tic-toc.
Cosa aspetti, vieni a prendermi. Ora sai dove sono.
Ti tiri a sedere come se il vuoto del tuo cervello fosse stato colmato di piombo mentre eri momentaneamente altrove. La testa è tanto pesante da non riuscire a tenerla dritta, all’inizio.
Ti copri gli occhi con le mani, mentre sul buio delle palpebre danzano migliaia di stelline multicolore, poi infili una mano sotto al letto, con cautela, quasi ti aspettassi il morso di una tagliola.
Tic-toc.
Prendi l’orologio dalla scatola, e non capisci. Le lancette sono congelate sulle 8:45 e, quando apri il vano sul retro, scopri che le batterie non sono montate.
Non ha senso.
Non ha proprio senso, e le parole ti sfuggono dalle labbra in un mormorio confuso.
Forse ti fa male stare al chiuso della stanza da letto, in cui aleggia lo spettro del profumo fiorato e troppo dolce di Angela.
Scivoli in soggiorno, seguito dal ticchettio persistente. Non riesci a chiederti perché non si attenui allontanandoti dalla fonte del rumore. D’altra parte, dovresti chiederti come può ticchettare un orologio privo di alimentazione.
Angela si è addormentata sul divano, con Peter stretto a sé e la televisione accesa. Ad un certo punto deve aver sentito freddo, perché si è tirata parte del lenzuolo sulle gambe lasciate nude dal semplice prendisole.
Peter l’abbraccia con naturalezza, appoggiando la testina sul suo braccio.
Tic-toc.
Il breve sorriso che ti ha stirato la bocca è presto cancellato dall’irritazione.
Dormono senza curarsi di te, senza curarsi del ticchettio insistente, ormai quasi assordante, benché non abbia mutato intensità o frequenza.
Prima di rendertene conto hai allungato una mano troppo brusca sulla spalla tonda e bianca di Angela e hai stretto più di quanto avresti mai pensato di fare.
“Angela… svegliati.”
Non riconosci la tua voce in quelle poche sillabe aspre e sgarbate.
Tua moglie apre gli occhi assonnati, sbatte le palpebre e increspa il viso di porcellana in una piccola smorfia sorpresa. Peter sta ancora dormendo.
“Charlie…?”
“Non lo senti?”
“Cosa?”
“Il ticchettio, non lo senti? È ovunque!”
“Il che…? Charlie, ma che dici?”
Lasci la presa – e alcune piccole tracce rosse sulla sua pelle chiara – e ti raddrizzi, fissandola con disprezzo.
Non capisci perché sei stupida. Non capisci perché sei sempre nelle nuvole. Non capisci perché sei una bambina viziata.
Riesci a trattenere le parole che – come le tue dita poco prima – vorrebbero ferirla, farle più male possibile, ma è come se te le leggesse negli occhi e sussulta, tirandosi indietro sul divano e stringendo più forte il bambino.
Il suo sguardo addolorato penetra a stento il ticchettio ormai frenetico nella tua mente, ed è come se ti svegliassi dall’ennesimo incubo.
Guardi la tua mano come se potesse darti una risposta, fornirti una ragione.
“Uh… scusami.” Borbotti, mentre ti lasci cadere esausto in poltrona.
Lei si rilassa e dà per riflesso un bacio al piccino addormentato.
“Charlie… ti senti bene?”
“Non lo so,” rispondi, passandoti una mano nei capelli, osservando con sospetto ogni angolo del soggiorno alla ricerca dell’orologio traditore.
“Sei stanco…” mormora Angela, cambiando posizione sul divano per appoggiare una mano sul tuo braccio, “tra poco torniamo a casa.”
La sua frase è conciliante, accompagnata da un bel sorriso privo di risentimento, ma a te suona più come una minaccia.
Presto, sarà tutto finito.

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Cucina, ripiano del tavolo da pranzo, ore 16:00

Hai lasciato il salotto dopo pochi minuti di pace ingannevole, durante i quali sei persino riuscito a dar retta a tuo figlio e al suo disegno, per quanto questo non ti abbia fatto del bene.
Sul foglio spesso e ruvido, Peter ha disegnato con cura certosina mamma e papà, con al centro un piccolo Peter sorridente aggrappato alle loro mani.
Non ci sarebbe nulla di strano, se il disegno non mancasse totalmente di sfondo, e non fosse invece costellato di orologi.
Orologi.
Quando l’hai visto ti sei sforzato di ridere, copiando senza forze il sorriso indulgente di Angela e la risata deliziata di Peter, ma le tempie hanno ripreso a martellare senza sosta.
In camera da letto hai chiuso la scatola e l’hai portata in cucina, deponendo ogni oggetto sul vecchio ripiano di formica del tavolo.
In qualche modo percepisci un legame tra questi oggetti tanto diversi, come se avessero una relazione muta e segreta, dalla quale sei escluso.
Tic-toc.
Così, Charles, non ti ricordi di me, non ti ricordi di noi.
Non hai mai sospettato la nostra responsabilità, non hai mai voluto capire.
Ora, è il momento di ricordare.

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1998

Parete della cucina, ore 00:00.

Io li spio.
So a che ora si alzano – anzi, sono io a svegliarli. Più volte mi urtano, mi schiacciano e mi lanciano, ma non ha importanza, alla fine la spunto sempre.
Conosco gli orari dei loro pasti, dalla colazione frettolosa alla cena sommersa dal brusio della tv.
So a che ora vanno al lavoro e a scuola, so anche chi non fa quel che dovrebbe fare. Sono una spia in incognito, e li seguo senza nascondermi nei cespugli.
Io so a che ora torna il figlio maggiore quando esce con gli amici. So anche quanto tempo dedica ai compiti il più piccolo, e quanto ai suoi svaghi. Nella mia mente lucida e matematica, li classifico per crescente malizia.
Custodisco molti segreti.
Il mio occhio lampeggia sul display del telefono, quando il numero proibito viene cancellato in un colpetto di pollice dall’unghia laccata.
La figlia adolescente apre il frigo proprio sotto i miei occhi, quando la casa è silenziosa e buia, gli svuota la pancia e riempie la propria; poi dal mobiletto del bagno assisto all’occultamento della refurtiva, e non mi è concesso guardare altrove.
Il padre va in veranda a fumare di nascosto, quando è molto agitato. Si gratta il centro della testa, dove non crescono più i capelli. Io so che lui sa, ma il cerchio non si completa perché ignora la mia consapevolezza. Sospira e fa cadere un centimetro di cenere dalla sigaretta, e continua a perdere i capelli.
Assisto a liti furibonde e rumorose. A volte, sono chiamato in causa come primo colpevole. La mia palese innocenza non può far molto per discolparmi, quindi in silenzio incasso e procedo nel cammino.
Seguo il colpevole di turno nella stanza prescelta.
La tappezzeria rosa nella camera della ragazza ha iniziato a scomparire qualche anno fa, inglobata progressivamente da poster e manifesti. Alcuni ritraggono cantanti che i suoi genitori non possono che odiare, altri modelle troppo magre per tenere la testa dritta.
In questa stanza sono fucsia con brillantini, e l’osservo con la malinconia di quattro cifre digitali color rosa acceso.
Sono le braccia di Pippo in un orologio di plastica blu e rosso, appeso in alto nella stanza ancora infantile del figlio minore.
Sono la sveglia abbinata sul suo comodino, col tasto ‘snooze’ consumato da anni di ‘altri cinque minuti’ prima di aprire gli occhi gonfi sulla noia di un nuovo giorno.
Lo vedo, la sera, quando ignora il quaderno aperto sulla pagina bianca con la sola riga della data e cambia i canali sulla piccola tv rossa, cercando.
Va a dormire quando l’ora ha una sola cifra, e quando deve svegliarsi è troppo presto.
Sono ricchezza vetusta in bronzo e cristallo, assiso sul comò della camera matrimoniale – vedo tutto.
Liti e recriminazioni non mi scalfiscono, suppliche e lacrime non possono intenerire il mio cuore che non batte, ticchetta sempre uguale.
Quando la pace giunge – un po’ disperata, un po’ rassegnata – dal comò ne sono testimone, finché il mio occhio imparziale non viene offuscato da un calzino vagante.
Sono le cifre verde neon sul cruscotto della macchina di papà, prestata al figlio maggiore con mille raccomandazioni.
Aspetto il momento in cui avrà bevuto un bicchiere di troppo, il momento in cui imboccherà una curva con eccessivo abbandono.
Attendo, come una belva in agguato, invisibile, mimetizzata nel fogliame.
Io li spio.

--

La famiglia si riunisce quasi sempre a colazione, mai a pranzo, poche volte a cena.
Per pochi attimi ha l’aria irreale delle finte famiglie della pubblicità, con madri impeccabili, padri atletici e figli educati che sanno dire parole difficili come ‘fermento lattico’ senza ingarbugliarsi; poi l’illusione si sgretola in frammenti slegati: il padre ha il potere solo nominale concessogli dal telecomando trasformato in scettro, col quale infligge ai familiari il telegiornale del mattino, dopo aver preparato cinque diversi tipi di colazione.
La moglie sorbisce il suo caffè nero bollente mentre si ritocca veloce veloce le unghie. Non ascolta il telegiornale e si chiede segretamente se le calze che ha indossato abbiano smagliature troppo evidenti.
Il figlio maggiore, Charles, è in piedi sullo scaletto, proteso sopra il frigorifero costellato da magneti di ogni genere, e si sporge per staccare il vecchio orologio di plastica dal sostegno. È fermo da alcuni giorni, ma nessuno si è ancora preso il disturbo di cambiargli le batterie.
Vanessa, la sorella di mezzo, siede sulla punta della sedia coccolando il suo tazzone di tè verde senza dolcificante. Quando nessuno la guarda allunga un dito dall’unghia smaltata di nero scheggiato e cattura sul polpastrello qualche granello di zucchero. Nessuno si accorge di niente.
Di fronte a lei Matthew beve la cioccolata giornaliera e s’ingozza di torta, spargendo intorno a sé una fontana di briciole e glassa.
Vanessa l’osserva con un misto di orrore e invidia. Orrore e invidia perchè, se da un lato Matthew non ha certo un rapporto sano col suo cibo, le pieghine di ciccia sotto il mento e ai gomiti, le manigliette che confluiscono in una pancia decisamente tonda dimostrano che se non altro con tutto il grasso che lo avvolge non sentirà mai freddo.
Né freddo né fame.
Vanessa pondera di concedersi una fetta biscottata, o persino un plum-cake – senza cioccolato, beninteso – poi riguarda Matthew e si contrae tutta sulla sedia, stringendo la tazza a sé neanche fosse l’ultima fonte di calore.
Charles riappende l’orologio e scende dalla scala. Vanessa a volte si dimentica che Charles sia il loro fratello maggiore, non sa bene perché. Forse perché trascorre più tempo fuori che in casa, o perché è scomparso all’orizzonte nella misteriosa landa in cui allignano gli universitari, chissà.
Charles prende il latte con normali cornflakes senza fronzoli, poi quando tutti hanno finito raccoglie le tazze e le infila nella lavastoviglie, mette via scatole e confezioni.
Matthew guarda il fratello grande, col suo fisico atletico e l’aria di chi non ha neanche un problema. Un po’ lo detesta per la sua pancia piatta con gli addominali disegnati, un po’ lo ammira per lo stesso motivo e altri ancora.
Charles toglie le briciole dal tavolo e dà una sommaria spazzata al pavimento. Non è tanto per fare il perfettino cocco di mamma, quanto per farsi perdonare ancora una volta di essere rientrato ad un’ora indegna.
Fischiettando ripone la scopa dietro la porta, controlla che l’orologio sia in marcia, poi abbandona la cucina, completamente deserta se non fosse per un persistente ticchettio.

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Parete sud, sopra al letto, ore 7:00


È molto maleducato da parte tua, tesorino.
Se potessi parlare ti direi di smetterla, perché non è un comportamento adeguato.
Ultimamente ti guardo tutto il giorno, ordini dall’alto.
Ma ci tengo che tu sappia che questo non è il modo appropriato di comportarsi.
Ai miei occhi attempati restituisci uno spettacolo ridicolo e poco dignitoso.
Mi domando spesso perché non guardi le foto appese lì sopra, tra l’angolo e l’armadio, dove le hai esiliate per far spazio ai manifesti dei cantanti.
Non capisco perché le nascondi tutte, è normale vergognarsi delle foto da neonata nel bagnetto, o col sedere all’aria, ma quelle di un paio di anni fa ti rendono più giustizia di quelle che scatti con la macchinetta nuova, quella senza rullino, e che metti da qualche parte dove tutti possono vederle.
Non mi viene il nome, ma c’entra una rete di qualche tipo.
Ai miei tempi certo non avrei permesso ad un coso di plastica di comandarmi a bacchetta. Ai miei tempi, bimba, mi specchiavo su persone che per andare a cena indossavano abiti eleganti e calze di seta, e profumi francesi; certo non su di te, povero uccellino.
Quelle volte che colgo uno sguardo di tuo fratello ci resto quasi male, i tuoi genitori non si accorgono del fatto che mangia tutto il tuo cibo? Non dovresti lasciarglielo fare.
E quelle calze che hai messo oggi? Erano piene di buchi. Ti ho sentito dire a tua madre che le hai comprate già così, ma dove si sente mai una cosa del genere? Chi spenderebbe denari sonanti per un paio di calze già bucate?
Quando mi guardi con quella faccina pallida e smunta non so se vorrei poterti dare uno scappellotto o un abbraccio – probabilmente tua madre non ti dà né l’uno né l’altro e ciò è molto triste, tesoro, perché il dovere di una madre è quello di essere severa ma anche affettuosa.
Oh, l’ho fatto di nuovo. L’età inizia a sentirsi, bambina, e quando parto con un pensiero, so dove inizio ma non so dove finisco.
Comunque, spero ormai che ti sia chiaro, non ti spio per mia scelta o per mio divertimento.
Bel divertimento poi guardare le tue quattro ossicine o i manifesti che appendi alle pareti, carichi di giovanotti pallidi con gli occhi pesti.
Non preferiresti un bel giovane con i baffetti e il completo gessato, i gemelli d’oro e un bastone da passeggio col pomello lucido? Uno anche un pochino scavezzacollo che ti porti a fare un giro sulla sua decappottabile nuova di zecca. E poi il motore si surriscalda e finisci la giornata appollaiata sul sedile, col mento appoggiato al manico del parasole, mentre lui in maniche di camicia affonda nel cofano aperto. Certo ce l’avresti con lui, ma ti piacerebbe guardare le sue braccia al lavoro.
Oh, eccomi ripartita.
No, no, signorinella, questo è a dir poco disgustoso. Non avvicinarti a me con quella ferita ancora aperta, per carità!
Non sono l’ultima sprovveduta, ai miei tempi ne ho viste di piccole follie, ma perché rovinarti così il labbro? Chi vorrà mai baciarti ora che hai quello spunzone di ferro nella bocca?
Devo fare qualcosa per aiutarti, carina, non posso lasciarti in queste condizioni.
Forse lui ha ragione.
Ricordati, se ti spio è soltanto per il tuo bene.
E dove corri ora? Ma che ti ho detto di male?

--

Ha diciassette anni, le sopracciglia spennate fino all’invisibilità, il labbro forato e due polsi sottili come le zampette di un uccellino.
“Mamma?”
La madre è distratta, quasi fosse su un altro pianeta. È domenica e la colazione tocca a lei, questa volta. Apparecchia appoggiando a caso le tazze spaiate: al marito la vecchia tazza con gli orsetti del cuore della figlia, al figlio maggiore quella fiorata in porcellana Wedgwood che, sola, è sopravvissuta del pregiato servizio – regalo di nozze da parte dei suoi, risalente alla notte dei tempi – decimato dalla presenza di tre bambini, e da innumerevoli liti.
Vanessa alza il sopracciglio e scrolla le spallucce ossute che emergono dal maglioncino striminzito quando sente la madre borbottare tra sé e sé, un’abitudine imbarazzante che non perde neanche nelle occasioni meno indicate.
Come se non bastasse, ha versato per lei la cioccolata calda di Matthew, e si è dimenticata del tutto l’amarissima varietà di tè verde che sorbisce di solito la mattina.
“Mamma!” ripete in tono petulante, le braccia conserte ben strette contro il torace.
La donna sussulta e si guarda intorno, colta di sorpresa nel mezzo di una privata discussione con se stessa.
“Tesoro, non ti ho sentito arrivare.”
Vanessa sbuffa con aria di lesa maestà e giocherella con il cordino dei calzoni da casa, bassi bassi sulle anche spigolose.
“Senti…”
Ora che è in cucina e fissa l’immagine stinta dell’orsetto rosa sulla vecchia tazza consumata, le sembra dieci volte più difficile dirlo ad alta voce.
“Sì?”
Diciassette anni sono troppi per correre dalla mamma e confessare di aver paura di uno specchio, sarebbero troppi anche se Vanessa fosse reduce da un pigiama party condito da racconti del terrore e leggende metropolitane.
Vanessa si sente troppo vecchia per temere ancora che Bloody Mary emerga dallo specchio per sfigurarla ad unghiate; ed è troppo cinica per non capire che l’unico mostro riflesso è quello che si nutre della sua carne.
“No, niente… hai scambiato tutte le tazze,” aggiunge con un pizzico di superiore sdegno, e torna in camera.
Tenta di ignorare il fuoco incrociato dei due specchi, i riflessi ingannevoli delle cornici a giorno, le ombre deformi sul cucchiaio sporco appoggiato alla scrivania, ma non c’è scampo.
Non c’è proprio scampo.

--

Ansa del tubo di scarico del gabinetto. Ore 18:00.

mi incastri qui e mi lasci sgolare finché non perdo la voce, ti dimentichi di
sono previste precipitazioni sparse, con possibili addensamenti in mattinata, nel pomeriggio ti fai la barba? tanto lei non è uscita con le amiche come ti ha detto plin plon, pubblicità! scambieresti il tuo fustino di dixan con due di c’è una goccia di umidità che viene giù dal tubo, mi ha fuso l’indicatore della frequenza, sono più incoerente cartellino rosso! è cartellino rosso! bz bz bz sarà sospeso e non potrà giocare nei prossimi incontri del solito. che guardi? che ho di strano?
- ascolta, devo proprio andare
- di già? torna a letto
questa non è una trasmissione normale, le so tutte, io. non capisco, ma è meglio se non
- mio marito mi aspetta per uscire
- tuo marito? lascialo aspettare, non è certo la cosa più grave che gli hai fatto
- così mi fai sentire in colpa
se non ascolti, troppo tardi
- vieni qui… ti senti in colpa perché lo fai aspettare, ma non per il resto?
- gli ho anche mentito
- sì, ma vedo che ti sfugge il punto
- smettila di puntualizzare, no, mi fai il solletico!
mi dispiace se ti sei graffiato per partecipare al programma chiamate il numero 555 555555 ecco sì, spegnimi graz-

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Il problema, dottore, è che Gloria non mi capisce. Cioè, capisce soltanto quello che le pare, con rispetto parlando (sospira, si gratta la chiazza calva in cima alla testa).
Gloria… non lo so, forse ci siamo sposati troppo giovani, abbiamo avuto subito i bambini, e non sono mai riuscito a laurearmi, ogni volta che uno dei ragazzi era abbastanza grande, ne nasceva un altro e quando è nato Matt ero già stufo.
Il punto, dottore, (si agita sulla sedia, cerca una posizione comoda e tira su col naso), è che penso di aver sbagliato tutto.
In che senso, signor… Adams, giusto?
… nel senso che… beh, forse è soltanto frustrazione la mia, ma mi sembra che vada tutto a rotoli.
Cosa va a rotoli?
(Si torce le mani e si gratta di nuovo)
beh, non so da dove iniziare. Mia figlia, per esempio…
Vanessa, giusto? Quanti anni ha?
Ha diciassette anni… lo so che è un’età problematica per tutti, però Charles non era così, per esempio. È sempre stato un ragazzo posato.
Vanessa… è sfuggente, forse è perché io sono il padre, però non mi sembra tanto in confidenza con sua madre. In casa non parla con nessuno, sta ore e ore attaccata al computer oppure ascolta musica disdicevole (sospira) so anche che è normale trovarla orrenda, dopotutto i miei odiavano la mia musica, però c’è qualcos’altro.
E poi è così magra… sembra un uccellino denutrito, mi fa una cosa nello stomaco (giocherella con il cursore della zip del maglione), è così fragile… sia dentro che fuori… con una spinta va giù, si tiene dritta con la forza dei suoi nervi.
Voglio dire… sembra che non le diamo abbastanza da mangiare.
Ma lo sa che non è così. Il problema di sua figlia andrà affrontato separatamente. Continui, prego.
(Sospira)
poi c’è il piccolo… lui ha dodici anni… non so che fa tutto il tempo in camera, probabilmente perde ore e ore sui videogiochi. I suoi voti sono appena sufficienti, è un peccato perché è intelligente. Forse dovrei impormi di più (sospira con aria misera) ma sono arrivato al capolinea, dottore, non riesco ad arrabbiarmi, tutto mi passa sopra come acqua ghiacciata.
I rapporti con sua moglie?
(Fa una smorfia disgustata)
mia moglie… dottore, se le racconto una cosa pensa che io sia pazzo?
Assolutamente no, mi dica qualsiasi cosa le viene in mente.
Mia moglie ha… penso che mia moglie abbia un altro. Non ho prove concrete, soltanto ritardi e coincidenze strane… poi però c’è il fatto della radio.
La radio?
(fa una smorfia perplessa) praticamente… stavo ascoltando la radio e… beh continuava a cambiare frequenza, e ad un certo punto ho sentito la voce di mia moglie e quella di un uomo, il suo amante (sospira) non so che dire, dottore, forse l’ho immaginato.
Lei prende farmaci?
No, non prendo niente… ogni tanto fumo qualche sigaretta, ma niente di che. Sono patetico anche come maniaco depressivo (sbuffa e fa un mezzo sorriso) non faccio nulla di notevole.
Parla di queste sue sensazioni con sua moglie?
(Risata amara)
no, non parliamo molto, e poi lei mi sfugge. Poi ora se dovessi parlarle… dovrei dirgliene due, e non trovo la forza di infuriarmi.
Per quanto riguarda suo figlio maggiore? Charles, giusto?
Ah, Charlie. Charlie è la mia unica soddisfazione (sospiro orgoglioso), va all’università e ha dei buoni risultati, è un bravo ragazzo, davvero. Ogni tanto fa tardi con gli amici, ma niente di che.
Il punto è, dottore, che i miei mali sono tutti immaginari… ci sono cose che non riesco a dirle, non riesco proprio a trovare le parole.
Che tipo di cose?
… mi sento spiato, osservato. Come se ci fosse qualcuno nascosto in ogni angolo della casa, che ci controlla continuamente. Negli angoli bui… ci sono delle ombre che spariscono appena si guarda in quella direzione (sospiro frustrato) dottore, il punto è che non ce la faccio più. Non ho la forza di reagire a niente, ci credo che mia moglie si è trovato un altro.
Persino l’orologio da cucina mi snerva. Ha un’aria sospetta.
… signor Adams, purtroppo la seduta è terminata, per oggi. Le posso dare un appuntamento per il prossimo venerdì, alla stessa ora.
(Sospiro ancora più frustrato)
va bene, la ringrazio dottore. Grazie per l’ascolto.
(Esce dallo studio e va a fumare in strada).

--

Sedile del passeggero, ore 18:00

Sai, Gloria, bisognerebbe diffidare di qualsiasi cosa dimostri di possedere un’intelligenza autonoma, quando non si riesce a capire dove questa nasconda un cervello pensante.
In parole più semplici, non dovresti fidarti di me come se io fossi il tuo confidente personale, il centralinista invisibile che ti mette in contatto col mondo intero, a nessun prezzo.
Se non fosse per il suo occhio che mi controlla e lampeggia ogni secondo sul display, avrei trovato il momento giusto per squillare, proprio mentre imboccavi quella curva pericolosa.
Non dovresti sottovalutare il mio potere, per quanto sia ora asservito ad un altro, uno strumento nelle mani di una volontà più forte.
Mi hai appoggiato sul sedile del passeggero, che non a caso va anche sotto l’ameno nome di death seat, tra la grossa borsa sformata piena di cianfrusaglie e una busta di plastica che contiene un sacchetto di patate e un cavolo.
È una collocazione ai limiti dell’ironico. Direi anche ‘iconico’, ma non mi aspetto che tu sappia cosa vuol dire.
Una chiamata in arrivo.
È tuo marito, ma mi riservo il privato piacere di confonderti. Sul display compare il numero che sai a memoria ma che non salvi in rubrica. Il numero che hai finto di non conoscere quando per una sola volta è comparso sui tabulati e hai farfugliato che forse era qualche amico dei tuoi figli. Una scusa impeccabile, se mi concedi il sarcasmo, tanto più che tuo marito sospetta, ma difficilmente interverrà.
“Pronto, amore?”
Rispondi con la gioia e la freschezza di una ragazzina, una gioia che si sgonfia e si raggrinzisce in una piccola palla muffita, come una mela tenuta nel cesto per mesi, quando senti la voce dall’altra parte e la colleghi al suo proprietario.
“Ah, Arthur.”
Il ‘sei tu?’ ce l’hai sulla punta della lingua, che ti mordi forte, per evitare di dirlo ad alta voce. Arthur blatera qualcosa sul fatto che sei in ritardo, ma non lo ascolti veramente. D’altra parte se lo facessi capiresti quanto si sente frustrato, stanco e scontento. È anche vero che lo ascolteresti, forse, se la linea non fosse paurosamente disturbata.
“Sì, sto tornando, scusami. Sì, sì, arrivo, a dopo, ciao ciao.”
Chiudi la chiamata e lanci il telefono con dispetto sul sedile, sterzi con forza per evitare la collisione con un camioncino carico di angurie e alla sua querula strombazzata rispondi mostrando all’autista il dito medio.
Il fastidio e la delusione ti ribollono sul fondo dello stomaco, ti tirano in giù gli angoli della bocca, paralizzandoti il viso ancora bello in un’espressione di eterno disgusto.
Imbocchi il vialetto con troppa foga, schizzando ghiaia ovunque.
Vedi Arthur che ti aspetta sul gradino di casa e tiri il freno a mano con più violenza del necessario.
Il suo sorriso timido, l’accuratezza con cui si è pettinato per nascondere il punto calvo in cima alla testa, il collo della camicia ben rivoltato – avrà chiesto a Vanessa, da solo non ci riesce mai – che spunta dal maglioncino in tinta emanano l’odore stantio e patetico della naftalina antitarme.
Certe volte, quando sei sicura di riuscire a dimenticare di averlo mai pensato, e ti sorprendi dell’essere ancora in grado di provare dei sensi di colpa, ti chiedi se sia successo veramente, se davvero c’è stato un tempo in cui andavate a letto.
In genere concludi che, sì, è accaduto, non fosse altro per le tre prove viventi del fatto, ma che erano altri tempi e voi eravate altre persone.
Sposti con malagrazia la borsa e la busta della spesa sul sedile posteriore, mentre Arthur sale in auto.
Si sporge per darti un bacio, e ti ci vuole un notevole sforzo di volontà per non tirarti indietro. Nondimeno quello che viene fuori non è niente di più di un contatto innaturale e sforzato, senza la minima traccia di tenerezza.
Il senso di colpa ti scocca una freccia dritta nello stomaco quando Arthur sorride e ti fa una carezza affettuosa sulla gamba, appena sopra il ginocchio; senso di colpa non perché tu ti senta un verme per quel che gli fai ogni giorno, per il modo in cui tanto palesemente non lo ami (anzi, lo pugnali alle spalle), quanto per il fatto che non provi alcuna vergogna nel pensare che vorresti piuttosto le carezze dell’altro.
Per dissimulare riagganci la cintura e rilasci il freno a mano, metti in moto e manovri con sicurezza fuori dal vialetto e lungo la strada.
A faccia all’aria sul sedile posteriore, io sono l’ascesso maligno che cresce silenzioso, invisibile, fino a quando il danno non sarà troppo grave.
E irreparabile.


--> Parte Seconda
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