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Titolo: A Study in Sapphire
Fandom: Originale*
Parte: 1/3
Rating: PG
Conteggio parole: 1995
Warning: AU
Disclaimer*:Tecnicamente i diritti d'autore sulla saga di Conan Doyle sono scaduti, pertanto segnalo questo racconto come originale.
Note: scritta per la Rainbow Challenge di Fanworld.it, prima settimana, prompt azzurro


A Study in Sapphire

Capitolo 1 -- Dalle memorie del dottor John H. Watson

Nell'anno di grazia 1878, fresco laureato presso la prestigiosa facoltà di Medicina Coloniale dell'Università di Londra, con in tasca l'altrettanto recente attestato di idoneità all'esercizio della professione di medico militare, mi imbarcai sulla pneumonave HMS Victoria diretta a Nuova Albione, colonia di sua maestà sulla Luna.
Mi trovai ben presto allocato nei quartieri dell’esercito, raccolti sotto una delle enormi cupole che fungevano ad un tempo da scudo termico, cielo artificiale e filtro per le radiazioni solari. La cupola del distretto militare, dell’ospedale e della città vera e propria possedevano un guscio esterno, azionato da un complesso sistema di ingranaggi alimentato dal vapore, che ricopriva interamente le aree corrispondenti durante il giorno lunare.
In tutto, ero rimasto tre anni a Nuova Albione, e non un solo giorno era trascorso in ozio, fino a quando la colonia non entrò in guerra con l’insediamento francese, Lutèce. Nello scontro che ne seguì, le cupole della città furono seriamente danneggiate e gran parte della popolazione subì i danni della Sindrome da Vuoto. Io stesso ne fui colpito, proprio mentre terminavo di rimettermi da una grave ferita alla spalla causata dalla violenta pioggia di frammenti di vetro provocata dall’esplosione della cupola.
Fui finalmente congedato e fu con un senso di ansia alternato a terrore che sopportai, con buona pace della mia spalla ferita – non si sarebbe più ripresa del tutto, poiché alcuni frammenti avevano leso la nervatura – il viaggio di rientro, a bordo della HMS Gloriana.
Era il 1881 quando mi ritrovai infine a Londra, covo di qualsiasi delinquente e sfaccendato, ancora giovane ma privo di famiglia, privo di sostanze – fatta eccezione per una modesta pensione – e con una salute fortemente cagionevole.
Per qualche tempo mi dedicai alle attività predilette dai perdigiorno della capitale, alloggiando in una pensione e spendendo più soldi di quanto avrei dovuto, vista l’esiguità dei miei averi. Ben presto, spinto anche dal vuoto e dall’inutilità di tale tenore di vita, fui costretto a riconsiderare le mie possibilità. Avrei dovuto prendere un alloggio a buon mercato, ma questo mi avrebbe costretto a cercare asilo in uno dei livelli sotterranei della città. Ero estremamente restio, poiché tali livelli erano serviti da una luce artificiale che mi ricordava troppo da vicino il pallido astro meccanico nel cielo di Nuova Albione. In superficie ancora un’altra cupola ricopriva Londra, eppure la metropoli, con i suoi livelli sopraelevati e le strade, i ponti, i tunnel aerei della pneumopolitana brulicanti di vita, aveva un aspetto molto più attraente di Nuova Albione, in cui i segni dell’origine pianificata fino all’ultimo filo d’erba erano ancora visibili, nonostante la colonia avesse quasi toccato il suo cinquantesimo anno di vita.
Mentre ponderavo con crescente angoscia sulle mie poche possibilità, accompagnato da un bicchierino di liquore al Criterion Bar, fui scosso dalle mie meste e inconcludenti meditazioni da qualcuno che mi batté sulla spalla per attirare la mia attenzione.
Voltandomi, mi resi conto che si trattava del giovane Stamford, che era stato mio assistente durante l’ultimo periodo di tirocinio a Londra, prima della partenza.
Per quanto non fossimo amici intimi, anche soltanto la vista di un volto conosciuto e amichevole nel mare di facce e di razze di Londra mi portò un subitaneo conforto.
Stamford mi scrutò perplesso, invece, come analizzando i dettagli del mio aspetto.
“Cosa le è successo, Watson?” Mi disse poi, con aria stupefatta, “è magro come un chiodo e bianco come gesso.”
Gli narrai brevemente le mie disavventure, a cominciare dall’ultima volta che ci eravamo visti.
“Cosa conta di fare, ora?” mi chiese, probabilmente senza immaginare come quella stessa domanda avesse il potere di atterrirmi.
“Non lo so,” risposi onestamente, “dovrei trovare un alloggio. Spero che sia possibile trovare un posto dignitoso, a Londra, ad un prezzo ragionevole.”
Stamford ebbe una breve risata.
“Lei è la seconda persona che mi dice la stessa cosa, oggi, Watson.”
“E la prima persona?”
Sul viso di Stamford si dipinse un’espressione leggermente difensiva, frammista ad un certo divertimento, come se pensare alla persona che era stata indirettamente evocata nel discorso gli portasse sensazioni discordanti.
“Si tratta di un tipo che, di tanto in tanto, lavora al dipartimento di veterinaria, all’Università. L’ho sentito questa mattina lamentarsi di non riuscire a trovare qualcuno disposto a dividere con lui un certo appartamento, troppo costoso per lui da solo.”
Mi parve quasi troppo bello per essere vero. Chiesi immediatamente a Stamford di combinare un incontro, col timore che, se non avessi agito abbastanza in fretta, l’appartamento sarebbe stato affittato ad altri e l’affare sarebbe sfumato.
Stamford mi diede quindi appuntamento in una zona del livello 00 – il livello di superficie sul quale ci trovavamo – che per mancanza di termini migliori dovrei descrivere come un’enorme pescheria a cielo aperto.
Il mio ex assistente venne quindi a prendermi di buon mattino e mentre camminavamo con passo spedito verso Fishmonger’s Alley, discorremmo del più e del meno. Ebbi però l’impressione che, in qualche modo, non fosse del tutto a suo agio all’idea di presentarmi il suo amico.
“Non è che una conoscenza,” disse, “non posso definirlo un amico.”
“Da come ne parla, si direbbe quasi che abbia paura che io mi avvicini,” risposi, divertito.
Stamford sospirò e infine si concesse una risata.
“Lei non conosce Sherlock Holmes,” iniziò. “Le ho detto che lavora occasionalmente al dipartimento di Veterinaria ma, per quel che so, non è uno studente di medicina. Non so cosa e se studi, anche se è sicuramente preparato nel suo ramo, quale che sia. È un tipo eccentrico – l’ho visto fare degli esperimenti con delle murene, e poi con dei piranha – e non disdegna di provare su se stesso le proprie teorie.”
Fece una piccola pausa, poi riprese.
“Sarebbe capace di dare a un amico un pizzico dell’ultimo veleno scoperto, non per cattiveria, badi bene, ma per avere un’idea precisa degli effetti. Come ho detto, onestamente non ci penserebbe due volte a ingerirlo lui stesso.”
Così dicendo, eravamo infine giunti in uno slargo, pavimentato da grosse lastre di pietra inclinate verso il centro della piazzetta, con quattro canaletti di scolo che confluivano in una sentina. L’odore di pesce e di salsedine era forte al punto da essere nauseante.
“Venga,” disse Stamford, conducendomi tra i banchi carichi di pesce fresco fino ad arrivare ai luridi locali sul retro di un negozio appartenente alla corporazione dei pescivendoli, utilizzati – stando a quanto potei dedurre – per pulire o trattare in vari modi il pescato di giornata.
In fondo al locale sorgeva una grande vasca colma d’acqua, nella quale nuotavano furtivi numerosi polpi e alcune aragoste. Dalla vasca emergeva anche la metà superiore del corpo di un uomo magro, in maniche di camicia, con tutta l’aria di essere immerso nell’esperimento del secolo. Stamford era sul punto di chiamarlo, quando l’uomo diede in un’esclamazione di gioia e si voltò verso di noi, ansioso di condividere la sua scoperta.
“Fantastico, fantastico!” Esclamò, il viso scarno coperto di rossore, “dopo lunghissimi studi e enormi difficoltà ho scoperto quello che cercavo!”
Perplesso, non mi azzardavo a chiedere spiegazioni, ma Stamford mi precedette.
“Cosa ha scoperto, Holmes?”
Holmes sorrise orgogliosamente, brandendo un piccolo polpo che – desideroso di vendere cara la pelle – si era abbarbicato con tutte le sue forze alla sua mano.
“Una prova risolutiva! Quella che cercavamo! Signori, da oggi in poi con lo Holmes’ Tentacle Test sarà possibile alternativamente scagionare o incolpare senza ombra di dubbio qualsiasi essere munito di tentacoli.”
A dire il vero, mi parvero i vaneggiamenti di un pazzo. In quel momento, tuttavia, Holmes si accorse della mia presenza.
“Vedo che ho tra il mio pubblico uno stimato membro della classe medica. Medico militare… nelle colonie lassù, immagino?” disse, indicando il soffitto.
“Sì,” dissi sbalordito, “ma come ha fatto a…?” Guardai Stamford in cerca di conferma, pensando che, magari, avesse accennato qualcosa a Holmes.
“È elementare.” Disse Holmes, un po’ infastidito e impaziente di continuare la spiegazione. “Come ben sapete, nonostante io abbia recentemente perfezionato una prova scientifica in grado di scoprire senza ombra di errore la presenza di sangue in un dato campione, questo non può aiutare nel caso in cui si abbia a che fare con un mutante.”
Annuii, per quanto gli unici mutanti che io avessi mai visto fossero stati quelli disegnati nel mio compendio di anatomia.
“Le impronte digitali possono essere di chiunque, il sangue può appartenere a qualsiasi essere umano o semi-umano, e così determinate secrezioni possono ricondurre soltanto ad alcune specie. Ma come escludere o riconfermare la responsabilità di un soggetto tentacolomunito?”
Mentre parlava, muovendosi adagio su e giù all’interno della vasca, prese una minuscola boccetta, colma di un liquido azzurro.
Lasciò poi il mollusco libero di tornare in acqua – il polpo fuggì immediatamente a nascondersi nell’angolo più buio – e si cosparse la mano con il misterioso preparato.
Dopo pochi secondi sulla pelle della mano e del braccio comparvero numerosi segni tondeggianti, simili a piccoli anelli azzurri. I segni delle ventose.
“Dovunque sia posato un tentacolo, il mio preparato potrà scoprirlo. Una sorta di test per le impronte digitali, soltanto applicato al mondo mutante.”
Stamford e io applaudimmo istintivamente e Holmes parve ricevere il plauso con malcelato orgoglio.
Un momento dopo, sospinto da otto lunghi tentacoli grigio-verde, si issò fuori dalla vasca, sgocciolando sulle mattonelle viscide.
Sbattei le palpebre, sicuro di aver visto male, ma l’illusione non accennò a sparire.
“A giudicare dalla sua espressione, Stamford non deve averle accennato al mio piccolo segreto,” disse con una sottile risata mentre si arrampicava su di una sedia.
“N-no,” risposi, sconvolto, “non ne ha avuto modo.”
Holmes si accese la pipa, del tutto a proprio agio in mezzo a pesce vivo, pesce appena pulito, tranci essiccati o salati appesi al soffitto.
“Suppongo che possa contarlo nella lista dei miei difetti. Ho messo gli occhi su un appartamento a Baker Street,” disse, “che ci andrebbe a pennello. Non le dà fastidio l’odore del tabacco forte, spero?”
Perplesso, feci cenno di no. Il tabacco mi sembrava ben poca cosa in confronto al mio primo contatto con un vero mutante.
“No, per niente. Io stesso fumo sempre trinciato,” risposi automaticamente.
“Eccellente. In genere, tengo un po’ dappertutto delle sostanze chimiche e a volte faccio degli esperimenti. Ho anche un acquario in cui studio i miei soggetti. Le seccherebbe?”
”Niente affatto,” replicai. A parte il non trascurabile dettaglio di essere un mollusco dalla vita in giù, Holmes sembrava una persona sensata e intelligente. Mi dissi che, se per caso fossero sorti dei problemi, non avrei avuto difficoltà a separarmi da lui.
“Vediamo… quali altri difetti ho? A volte sono depresso e non apro bocca per giorni. In quei casi non deve pensare che sia di cattivo umore. Basta lasciarmi stare e presto mi passa. Faccio il bagno almeno una volta al giorno, ma sono disposto a pagare per intero la quota relativa all’acqua, visto che è una delle mie maggiori necessità. Sentiamo ora, cos’ha da confessare lei? Tanto vale conoscere i nostri lati peggiori, prima di metterci a vivere insieme.”
“Mi danno fastidio i luoghi stretti e scuri, e i rumori, perché ho i nervi scossi, e mi alzo alle ore più impossibili e sono estremamente pigro.”
Holmes sorrise, soddisfatto.
“Credo che possiamo considerare concluso l’affare… naturalmente se l’alloggio è di suo gradimento.”
Ci scambiammo le indicazioni necessarie e prendemmo un appuntamento per il giorno dopo, per visitare l’appartamento.
Sulla via del ritorno ero scosso ma piuttosto contento. Ad un certo punto mi sovvenne la brillante intuizione di Holmes riguardo la mia professione e il luogo del suo svolgimento.
“A proposito,” chiesi a Stamford fermandomi d’improvviso, “come diavolo sapeva che vengo dalle Colonie?”
Il mio compagno sorrise con espressione ermetica.
“Questa è appunto un’altra sua piccola stranezza,” rispose, “sono molti quelli che vorrebbero sapere come fa a scoprire le cose.”
Il mistero mi aveva senza dubbio conquistato e così, quando mi congedai da Stamford, provai un forte senso di curiosità e un certo compiacimento. Se non altro, Holmes si sarebbe dimostrato un coinquilino interessante.

Continua…

Date: 2009-12-18 09:32 pm (UTC)
From: [identity profile] alonsoelbueno.livejournal.com
Sophie,è un gran peccato che ci ha lasciato a metà! Lei è sicuramente una donna di talento non comune. Non vedo l'ora di leggere il resto. Forse Le fanno male i tentacoli? provi a trovare due-tre disponibili per caricare la continuazione. Io son diventato il Suo ammiratore davvero.

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