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[personal profile] ouroboros_corsair
Titolo: Il Duello
Fandom: Crossover Lady Oscar/Sailor Moon (sì, lo so, lo so XD)
Rating: R
Note: Scritta per il terzo P0rn Fest di [livejournal.com profile] fanfic_italia :D :D :D
Prompt: Lady Oscar/Sailor Moon, Oscar/Haruka, duello



Il Duello


"Scegli pure l'arma."
Il comandante delle guardie reali, Oscar Françoise de Jarjayes, non ha avuto bisogno che di un attimo per inquadrare la sua avversaria. Se fosse incline alla tenerezza e al romanticismo, umori che le sono propri soltanto quando la solitudine ha la meglio e l'unico conforto è un calice di vino rosso, in lei rivedrebbe scorci della propria giovinezza. Avrà sedici o diciassette anni, alta e forte, benché decisamente esile; ed è persino bionda, per quanto i suoi capelli siano corti, tagliati come quelli di un paggio e piuttosto spettinati.
Queste considerazioni lasciano presto il tempo che trovano: la somiglianza fisica è superficiale, perché i tratti della ragazza sono del tutto alieni a Oscar, il naso piccolo e schiacciato, gli zigomi poco rilevati, gli occhi dalla forma stretta e allungata.
Ciò che l'ha maggiormente sorpresa, scatenando il filo del paragone, è stato il suo comportamento, più che l'aspetto. La giovane - si chiama 'Arka o 'Arkà, Oscar non ha afferrato la pronuncia corretta, e d'altra parte il suo è un nome altrettanto insolito - ha un modo d'incedere tutto spavaldo, la camminata ferma e la stretta di mano solida di un maschio.
Oscar non sa dire bene da dove sia venuta fuori l'idea del duello, è propensa a pensare che si sia proposto da solo: due temperamenti tanto simili, per quanto a stadi molto diversi della propria evoluzione, non possono incrociarsi senza suscitare una scintilla.
Oscar ha trovato fin troppo facile lasciare la giacca rossa dell'uniforme coperta di mostrine e ornamenti sullo schienale della seggiola ornata e imbottita del suo studio, come se insieme all'indumento lasciasse lì anche il peso delle sue responsabilità, il simbolo di ciò che la rende il punto di riferimento di un intero gruppo di uomini.
Ha lasciato lì la giacca e ha invitato la sconosciuta a scendere in cortile, donandole persino con grazia tutta nobile il beneficio della scelta dell'arma.
Haruka - è questo il suo nome, ma Oscar non può saperlo - considera brevemente spada e pistola e conclude che per quanto la seconda sia molto più affine al suo modo di essere (scoppi intensi di potenza, concentrati in minuscole superfici letali, è così che il suo potere funziona, ed è così che una pistola funziona), la spada sembra osservarla con aria di sfida. Spada sia, Haruka non è tipo da tirarsi indietro, se sfidata.
"Scelgo la spada."
Oscar annuisce con un sussurrare di boccoli biondi che provoca un'alzata di sopracciglio dalla ragazza più giovane: una donna che fa un lavoro da uomo non la sconvolge, né la rende perplessa la possibilità che quella stessa donna sia scambiata per un uomo su base quotidiana, accade a lei stessa il più delle volte; tuttavia Haruka valuta con spietato occhio clinico adolescenziale quelle che le sembrano le debolezze dell'avversaria. Innanzitutto il suo sguardo non è mai del tutto presente. E' serio, è concentrato, è velato di qualcosa che Haruka ancora non può capire, è come se vedesse qualcosa che Haruka non può vedere. In secondo luogo, Haruka considera bene la gestualità della donna - una soldatessa, le è parso di capire - il suo modo di parlare e di muoversi. A giudicare dall'aspetto avrà una trentina d'anni, che Haruka giudica crudelmente com'è tipico della sua età portati piuttosto male, probabilmente sacrificati agli affanni di una causa. Questo, per una volta, è un concetto che Haruka non stenta a comprendere con facilità.
"Molto bene."
Oscar le porge la spada e impugna con confidenza la gemella, allontanandosi di pochi passi per sciogliersi in qualche affondo. Lasciata a se stessa, Haruka impiega qualche secondo in più dell'altra per reagire e nel contempo la osserva.
Sarà il sole che le illumina d'oro i capelli che prima Haruka aveva osservato quasi con disprezzo (troppo fluenti, troppo lucidi, un'inutile e costosa vanità), sarà il fatto che la donna sembra a suo agio come non lo era stata fino a quel momento, sarà che si muove come in una danza priva di sforzo, Haruka perde ogni volontà di cinico giudizio e si appoggia alla spada piantata per un paio di centimetri nel terreno erboso per guardarla meglio.
Quando Oscar si volta verso di lei spingendosi indietro i capelli con la mano libera e le offre il primo vero sorriso sincero che le abbia visto fare, Haruka si sente improvvisamente molto meno spavalda, improvvisamente molto più accaldata. Deve essere il calore del sole, l’aspettativa del duello che le fa ribollire il sangue.
Negli occhi azzurri di Oscar si è accesa una luce diversa, un bagliore che scotta come il morso del sole, ormai alto in cielo e accecante, ed è questo sguardo carico di vita e di coraggio che cancella agli occhi smaliziati di Haruka le ingiurie del tempo sul viso e nel portamento della guerriera, e le stirano qualcosa nel ventre, un elastico che si tende e tira, pronto a spezzarsi.
“In guardia,” sorride Oscar, osservando i cambiamenti nell’espressione della ragazza, d’un tratto ammutolita. “O forse non te la senti?” anche la domanda contiene un guizzo inaspettato di gioia, un sospetto di malizia che la ragazza non si attendeva dall’altra.
“In guardia,” conferma con voce abbastanza solida, per quanto resa più scura e roca dal silenzio e qualcos’altro, che ancora non ha nome.
Oscar non attacca per ferire, eppure il primo affondo scalfisce un sottile graffio rosso sulla mano di Haruka, non sufficientemente lesta a parare. Il secondo scontro delle lame manda scintille, che riverberano nello sguardo di Oscar e per riflesso in quello dell’altra. Haruka ha l’impressione di osservarsi dall’esterno: i tentativi goffi e imbranati di una bambina con le sue prime scarpette da danza, guidata dalla mano esperta dell’insegnante adulta, è questa l’immagine di sé che le sembra di cogliere, ed è sufficiente a confonderla e irritarla ad un tempo. Risponde all’ennesimo attacco con maggiore enfasi, sbilanciandosi in una stoccata sgraziata che le fa quasi perdere l’equilibrio e che Oscar evita spostandosi lateralmente come se fosse priva di peso. Persino i suoi lunghi riccioli, che le sobbalzano sulla schiena e sulle spalle, hanno l’aria di prendersi gioco di Haruka.
Haruka non è nata per arrendersi, il fallimento non è minimamente contemplato se non sotto la sembianza di una temporanea sconfitta. Ricompone la posa di attacco e para con sufficiente scioltezza un fendente, stringendo forte i denti nello sforzo. Il cozzo delle lame che stridono l’una sull’altra spinge Oscar verso di lei, protesa in avanti, mentre riversa gran parte della sua considerevole forza nell’unico punto di contatto fra loro.
Haruka si sforza di bloccare la vista dei suoi occhi, azzurri e limpidi nonostante il velo di preoccupazione, espressivi e vivaci nonostante qualche linea prematura agli angoli delle palpebre; si sforza di ignorare la sua bocca, schiusa su due file di bei denti forti, un po’ per lo sforzo un po’ per un sorriso soddisfatto che affiora naturalmente; si sforza infine di ignorare la camiciola bianca dalle maniche ampie raccolte ai polsi con semplici nastri e un giro di sottile merletto che la donna indossa. L’indumento leggero asseconda a tratti le forme esigue di Oscar, acquistando trasparenza dove qualche goccia di sudore l’ha bagnata.
Haruka intravede le strisce diseguali di quelle che possono essere fasce intorno al seno e scaccia con tanta violenza l’immagine che le sorge alla mente da respingere con altrettanta violenza l’attacco parato, e senza fermarsi a riflettere si lancia in avanti, un grido di battaglia smozzicato tra i denti.
Oscar è in guardia in una frazione di secondo, ma una frazione di secondo di troppo per evitare del tutto il contatto. Il filo della lama le traccia sulla guancia un segno lievissimo, dapprima invisibile, del tutto trascurabile.
La foga del duello muore rapida come è sorta, e la contesa si chiude con un pareggio ingiusto per le virtù dell’una e magnanimo per le capacità dell’altra. Haruka non può fare a meno di sentirsi offesa per la premura dimostrata, ma non essendo del tutto irragionevole è portata ad ammettere di averla apprezzata. Oscar dal canto suo, deposta la spada sull’erba e rinfrescato il viso e le mani con l’acqua di una vicina fontana, si lascia cadere a sedere nell’erba, offrendo il volto al sole con l’aria soddisfatta del gatto che si toletta dopo la caccia e il pasto.
Incerta, Haruka imita i gesti dell’altra, sedendole accanto.
“Per essere la prima volta che tocchi una spada è andata più che bene,” dice Oscar, mentre con gli occhi socchiusi contro il sole passa la punta di un dito lungo il graffietto sulla guancia. Non è niente, e il giorno dopo sarà già semiguarito, tuttavia a vedere il gesto, la posa, l’espressione della donna Haruka si sente assalire da una seconda vampata di calore.
“Mi dispiace per quello,” borbotta più brusca di quanto vorrebbe, un po’ inversa perché si è sentita costretta a scusarsi.
“Non è niente,” risponde Oscar, riaprendo gli occhi e fissandola dritta in viso.
Haruka non è certa di averne visti di più belli, e di più azzurri. I capelli sono un’altra cosa, sono traditori, potrebbero essere tinti, schiariti o artefatti in mille modi. Gli occhi no, gli occhi si possono cambiare soltanto con delle lenti a contatto, e a questa distanza Haruka è in grado di vedere se le porta o no. Non ci sono lenti, soltanto le due iridi azzurre, bordate da ciglia di un biondo più scuro dei capelli. Oscar non è truccata, ma d’altra parte Haruka ignora bellamente l’uso di qualsiasi cosmetico.
Un movimento di Oscar la strappa all’esame fin troppo accurato delle sue fattezze: la guerriera si passa una mano tra i riccioli che le fanno da frangia, spargendo qualche gocciolina d’acqua rimasta intrappolata da prima tra le ciocche.
“È giusto, mi avete battuto clamorosamente anche se mi avete concesso un pareggio,” borbotta Haruka, “ma sono sicura di potervi battere in un altro modo.”
“Come?” ribatte subito Oscar, di nuovo semireclinata sull’erba con gli occhi chiusi. Per l’occasione, socchiude uno spicchio d’occhio.
Haruka si volta sul fianco, stendendosi lunga sull’erba, ancora più vicina.
L’abilità di Oscar nelle schermaglie amorose è forse meno affinata della sua maestria nel tirare di scherma, ma l’età le dà un vantaggio che la spavalderia di Haruka può colmare soltanto in parte. Ha capito le sue intenzioni molto prima che Haruka le abbia potute concepire, e con il beneficio della dissimulazione le tende un agguato.
Haruka sceglie la via più ovvia, la scusa è asciugare l’invisibile gocciolina di sangue del taglietto già sigillato, ma dalla mano sulla guancia alla bocca tra la guancia e le labbra il passo è breve, e quando Haruka la bacia con fare aggressivo, da maschiaccio, Oscar è nient’affatto sorpresa e del tutto pronta a ricambiare, colpo su colpo.
Le lascia l’agio di sospingerla più giù nell’erba mentre la bacia, non protesta quando le dita di Haruka disfano maldestre i lacci e i bottoni della camicia ed esitano di fronte alle fasce che la ragazza aveva intravisto in precedenza.
Oscar intrattiene soltanto per pochi attimi la ragionevole certezza di averla in pugno, i pochi attimi necessari a che Haruka trovi l’estremità delle fasce che le stringono il seno, ordinatamente rimboccata di lato, sotto i vari strati di stoffa, inizi a svolgerle, e con le guance in fiamme ma l’aria determinata prenda ad accarezzarle un seno e baciare l’altro.
È Oscar ad essere sopraffatta, ora, sopraffatta da un desiderio che non ha pensato per un attimo di aver provato, che non ha mai pensato di aver provato, e che probabilmente ha negato per tutta la vita. Le inclinazioni favorevoli verso questo o quello ci sono state, ed è stata oggetto di ammirazione, di desiderio. Ma il proprio desiderio è sempre stato in secondo piano e chiunque abbia avuto il suo cuore, l’ha avuto sulla base di ben ragionati argomenti, sulla base di sentimenti troppo cerebrali per riscaldare a sufficienza il sangue.
Lo spazio di questa epifania consente a Haruka di avere la meglio sulla chiusura dei calzoni di Oscar, di oltrepassare l’ultima inconsistente barriera della sua biancheria.
La scossa elettrica che parte dal punto del contatto è più intensa e sconvolgente di qualsiasi altra cosa abbia mai provato, tanto più intensa di qualsiasi imbarazzo, tanto più sconvolgente perché proviene da quella femminilità che ha dovuto negare fin dall’infanzia, e che ha negato con fierezza e orgoglio, ma a volte anche con frustrazione.
Haruka viene da un mondo in cui difficilmente gli adolescenti sono in grado di resistere alla più dolce delle tentazioni, e in quanto adolescente e pertanto tenuta da contratto a comportarsi da bastian contrario, non è pronta ad ammettere neanche a se stessa che il fatto che una donna adulta reagisca così al più leggero dei suoi tocchi sia più affascinante che degno di un giudizio crudelmente critico.
La bacia ancora rimandando a più tardi un sommario ruminare su faccende esistenziali – Haruka preferisce l’azione alla riflessione – e si lascia cogliere ancora dalle vampate, quando il bacio si approfondisce e le fonde in un unico essere. La mano forte, dalle dita solide e squadrate di Haruka accarezza il ventre piatto e sodo della donna, scende di nuovo…
Quando il viso accaldato di Oscar si stringe tutto in una smorfietta che ha più del disagio che della passione scomposta e i suoi occhi si schiudono su una sfumatura più scura e preoccupata dell’iride, Haruka capisce di aver sbagliato qualcosa, ma le ci vuole qualche secondo a capire cosa. Replica il movimento offensivo, osserva la stessa reazione, e quando capisce l’onda incongrua di desiderio, vergogna, piacere, incredulità, tutti insieme, tutti misti e irriconoscibili è tanto forte da travolgerla. Gettata al vento ogni prudenza, ogni briciola di pudore, Haruka le affibbia un bacio che è quasi un morso, le strattona giù i calzoni a metà coscia, riprende ad accarezzarla con maggiore sicurezza ma anche con maggiore gentilezza.
Oscar ha smesso di pensare a qualsiasi cosa nel momento della rivelazione di Haruka. Non possiede gli elementi per provare qualsivoglia vergogna, ma non le difettano quelli per valutare la situazione presente, e la situazione presente richiede che smetta di valutare. Solo semicosciente delle sue azioni, scalcia via la gamba sinistra dei calzoni, sacrificando la modestia alla comodità. Questa volta, quando le dita di Haruka approfondiscono il contatto, il dolore è soltanto una delle mille sfumature della risacca che di continuo fluisce e defluisce dall’una all’altra, priva di sincronia perché priva di consuetudine e sparisce un po’ ad ogni ondata, fino a spegnersi del tutto.
Haruka è preda della propria personale marea, oscillando tra un calore che minaccia di scioglierla – testimone il piccolo alone caldo sul cavallo dei suoi calzoni – e l’incredula euforia di portare Oscar a compimento, per quel che ne sa, il suo primo compimento.
Quando Oscar ristà, senza più parole, pensieri o respiro, Haruka scalcia via i calzoni per avviarsi verso la propria conclusione. La sua meraviglia si sfuma nei toni del piacere quando la mano di Oscar – ad un tempo più delicata e più segnata della sua – si unisce alla sua nelle carezze, e la sua bocca cattura quella della ragazza in un bacio.
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