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[personal profile] ouroboros_corsair
Titolo: Human Touch
Fandom: Originale
Rating: R tirato per i capelli XD
Note: Scritta per il terzo P0rn Fest di [livejournal.com profile] fanfic_italia :D :D :D
Il racconto si chiama Human Touch perchè mentre lo scrivevo stavo ascoltando 'Stop' delle Spice Girls (shhh) e perchè 'I need somebody with a human touch' è perfetto per questo racconto che IN TEORIA è steampunk anche se questo non è molto evidente in questo brano.
Il racconto usa gli stessi personaggi e le stesse ambientazioni del mio 'romanzo' incompiuto scritto per il NaNoWriMo 2009.
Prompt: Original, M+M, innocenza <- facciamo che questo sia il prompt giusto va. Doveva essere un altro ma era un mese che scrivevo questo racconto, e mi ero scordata come proseguisse. E' già tanto che io l'abbia finito.


Human Touch

Ah, venite venite, scansate il gatto ed entrate, attenzione lì che c'è un gancio che pende e un giorno è entrato un cliente e se l'è quasi piantato in un occhio. E va bene che era l'occhio bionico che dovevo riparargli però insomma, il detto dice 'se non è rotto non aggiustarlo' no?
Comunque non è questo che volevo raccontarvi.
Eh? Chi sono io?
Leonard Copperfield, inventore, al vostro servizio. Sì, al vostro servizio, ma sedetevi lì su quella cassetta della frutta, sì, scansate di nuovo il gatto e sedetevi, devo finire un attimo questa saldatur-- ACCIDENTI! Mi sono di nuovo bruciato il sopracciglio, mi sono quasi abituato a non averli mai entrambi al loro posto nello stesso tempo.
Benvenuti quindi, vi presento la mia dimora, che fa anche da laboratorio. Certo un hangar a forma di zucca messo un po’ sbilenco in fondo alle Piste di Atterraggio non è una grande cosa, e anche se si vede il mare in lontananza alla fine è soltanto una striscettina grigia e sporca. È anche vero che qui ci viviamo solo io e Inkpot, come due scapoli inguaribili, anche se ultimamente è pieno di gattini neri qui intorno, e direi che il mio gatto è responsabile di parecchi di loro e io, beh, un gentiluomo gode e tace, si dice.
D’altra parte, io non sono un gentiluomo, quindi potrei raccontarvi molte delle mie avventure nei primi livelli sotterranei (terra dei migliori bordelli mutanti, mhh. Come ho già avuto occasione di dire più volte, trovo che nessun essere di nessuna razza sia altrettanto apprezzabile di una donnina mutante con tutte le sue cosine al posto giusto, neanche una pregiata ragazza-gatto con un pedigree lungo da qui al Palazzo – il pedigree, idioti – perché insomma una donna-polpo con otto tentacoli e, ma via, siamo signori), ma non è della mutante o della gatta che volevo parlarvi e so già che Saph non sarebbe molto contento di tutto questo. In realtà penso che non sarà molto contento neanche quando vedrà che insomma ho parlato di certe cose nostre un po’ private, ma lui mi riprende sempre quando tiro in mezzo le mie avventure un po’ sregolate su tutti i livelli della città… perché è un po’ bacchettone, ma è un bacchettone simpatico.
Comunque, questa è una storia di quando ci conoscevano da poco tempo, io e lui. Dovete sapere che Saph è un Pezzo Grosso. E no, signorina, l’ho vista alzare il sopracciglio, una volta che il vecchio Leonard non fa una battuta lercia, non potete alzare il sopracciglio come se l’avesse fatta, perché poi insomma ci resto male. E sì che sono un po’ baldracca, ma non penso sempre alla stessa cosa. Solo quasi sempre.
Comunque, questa è una storia di quando io e Saph eravamo due verdi giovincelli. Penso che Saph avesse tipo vent’anni e io uno di meno, qualcosa del genere e già abitavo qui, pensate.
Saph andava all’Accademia Politica, ed era già vice-funzionario di terzo grado. Non ho mai veramente capito come funzionano i gradi dell’amministrazione pubblica da noi ma è anche vero che non me n’è mai veramente infischiato granché. Soprattutto all’epoca, mi importava soltanto che Saph fosse o meno impegnato nello studio di quei libri enormi e pieni di cose astruse da imparare a memoria.
Il vostro Leonard non è stupido come sembra, no no, è che non gli è mai interessato allenare determinate parti della propria anatomia che sembrano soltanto consumare una grande quantità di risorse, a scapito di altre parti della propria anatomia che sicuramente utilizzano altrettante energie ma con risultati decisamente migliori. … e stavo parlando ovviamente delle mie dita, sensibilissime e dalle punte sempre bruciacchiate o graffiate. Qualcuno direbbe che il tessuto avrebbe dovuto ispessirsi a causa delle cicatrici, invece vi dico che una passatina di carta vetrata, quella più sottile, fa miracoli per la sensibilità dei polpastrelli, soprattutto quando c’è da svitare quella valvolina delicata lì… o quel bullone ben nascosto laggiù…
Vabbè, comunque. Saph andava a sta scuola per cervelloni raccomandati (ma Saph non era raccomandato, la sua famiglia ha una storiaccia, ma non è di questo che voglio parlarvi. Poi voi siete qui per scucirmi qualche deliziosa zozzeria, sarebbe fuori luogo raccontarvi panzane varie sulla famiglia di Saph, e anche poco giusto), e io già ero qui nel mio laboratorio a ingegnarmi come potevo. Avevo già costruito il mio primo headgear, proprio come questo che ho su,vedete? Questo coso che mi gira intorno alla faccia e mi copre con un visore un occhio. È che sono un po’ miope, ma solo da un occhio, e questo visore – quando funziona – ha sette o otto diverse funzioni utilissime, legge persino i codici olografici sulle confezioni alimentari e collegandosi all’Archivio Centrale tramite impulsi radio riesce a restituirmi in tempi quasi umani una stima su dove potrei trovare il prodotto con il prezzo migliore. Questo, in giornate buone. In giornate cattive… meglio non pensarci.
Comunque, dicevo, avevo appena costruito il mio primo headgear, che usavo al posto degli occhialini d’oro che invece Saph amava mettersi sul naso. Ora non è neanche il momento di dirvi com’è che ci siamo conosciuti, vi basti sapere che Saph usciva dall’Accademia e veniva al mio hangar invece di tornare a casa. Io sgombravo un pezzetto di tavolo da lavoro, ci mettevo sopra un po’ di incerata – quella meno zozza che riuscivo a trovare – e lui ci appoggiava un libro gigante, lo apriva esattamente al punto giusto, si infilava gli occhialetti e iniziava a leggere.
Io gli dicevo spesso di avvertirmi se facevo troppo rumore perché a volte le mie invenzioni hanno la spiacevole abitudine di esplodere in modo fantasioso che se avessi deciso di fare il fabbricante di fuochi d’artificio ora sarei ricco sfondato; ma Saph mi diceva sempre che nel momento in cui si concentrava nella lettura dei suoi cavilli burocratici non era più in grado di prestare attenzione a nient’altro e io gli credevo, perché una volta Inkpot, che all’epoca era una cosettina microscopica, tutta pelo e occhioni spauriti, gli si arrampicò sulla schiena, infilandogli gli unghielli affilati come aghi nella carne. Dopo, quando nonostante le proteste avvilite e imbarazzate di Saph lo costrinsi a mostrarmi i graffi, che erano anche abbastanza profondi, e gli chiesi come avesse fatto a non accorgersi di niente, non seppe rispondermi. Questo era il potere di concentrazione del mio amico Saph!
Comunque, come stavo dicendo, è una storia di quel periodo. C’era già stata una cosa molto imbarazzante, una specie di primo bacio ma quel giorno Saph era molto agitato, molto triste e molto solo e quindi la cosa in sé non è che era tanto bella da ricordare, non ne avevamo mai parlato. Come pure a Saph non si poteva tirar fuori niente se qualche volta arrivava dopo le lezioni con i libri e un baule da viaggio e mi chiedeva se poteva dormire da me per quella volta. Ma certo che sì! Anche se all’epoca il vostro carissimo Leo era già un gran tombeur de femmes (e non soltanto di femmes, ovviamente), contro tutte le previsioni Saph era già in cima alla sua personalissima lista di preferenze.
Ora, qualcuno potrebbe anche dirmi ‘ma come, Leonard, tu che sei così attraente (troppo gentili), affascinante (mi confondete), e potresti avere chiunque in tutta la città (questo è vero), dalla più formosa polpessa di Madame Odessa alla più snella e felina ragazza-gatto del livello SP1, potresti avere persino uno degli Splendenti, hai visto come Lady Carmilla ti faceva la corte, dunque perché ti accontenti di un politico noiosetto e con i capelli rossi?” ma io non potrei che rispondere con un’alzata di spalle, perché oh sì, è verissimo, potrei avere questo e quello, ma perché andare fuori a comprare brodo di polpo quando a casa ne hai una bistecca intera e sceltissima? Certo, non che il brodo di polpo sia malvagio, però insomma ecco… viene a noia.
Questo discorso da cariatide che è ben oltre qualsiasi maturità (ed è quindi oltre data di scadenza, con tutti gli impianti da sistemare) ovviamente non l’avevo già fatto tra me e me a quel tempo, ma potrei ammettere di averci pensato in modo molto vago, ogni volta che Saph si fermava a dormire da me, più o meno una volta alla settimana. Quando non pensavo a come convincerlo a lasciarsi mettere le mani addosso.
Vedete, devo darvi una grossa, risonante delusione… il vostro caro Leonard, con tutta la sua deboscia, prova dei sentimenti. Già. Succede anche ai migliori, giusto?
Cosa?
Ah, non ve ne frega dei sentimenti, volete le porcate? Ma vi accontento subito!
Insomma, quel giorno Saph era arrivato da me con la borsa dei libri e il baule da viaggio, che era come era successo tante altre volte, ma stavolta era strano perché già il giorno prima aveva dormito da me, e poi questa volta era piuttosto pallido, con l’aria stanca e tirata, e non aveva neanche sforzato un sorriso quando gli avevo buttato una battutina, dicendo una cosa tipo: ‘Oh, Saph, potrei farci l’abitudine’.
Ma appunto non mi aveva neanche sorriso o fulminato con lo sguardo o mollato il baule in modo troppo frettoloso perché non mi cadesse sull’alluce – dove mi stava ancora ricrescendo l’unghia, tra l’altro – e insomma era più riservato e noioso del solito e non capivo proprio perché.
Girargli intorno mentre si sedeva al tavolo e apriva il suo volume gigante ugualmente non aveva avuto granché successo. Mi sentivo anche un po’ cretino, a dire il vero, perché vedevo che voleva essere lasciato in pace e anche se lo vedevo non riuscivo a convincermi a farlo. Però mi ero accorto che non era per niente concentrato, non come al solito comunque. L’avevo visto sussultare per uno starnuto di Inkpot, e Inkpot starnutisce come un gatto, cioè piano piano. A titolo sperimentale, provai a far cadere per terra una delle mie tenaglie più pesanti, di ferro massiccio. L’utensile provocò un rumore più sordo di quello che avrei mai pensato, perché a terra era veramente veramente molto sporco, ma fu comunque un rumore abbastanza forte, e Saph alzò la testa.
Era veramente pallido e tutto tirato, con due cerchi scuri sotto gli occhi. A questo punto mi dissi, ‘Leo, se sei suo amico devi indagare, perché se non indaghi non potrai aiutarlo in nessun modo’. Quindi, mi avvicinai a Saph e gli misi una mano sulla spalla con fare amichevole.
“Saph, tanto lo so che non stai studiando, non è che vuoi fare merenda?”
Saph alzò lo sguardo e accennò un sorriso così stiracchiato che mi venne male qui, proprio qui, a questa altezza e mi viene ancora male se ci penso. Ora so tutto o quasi tutto riguardo la storia della sua famiglia e so tante cose che neanche immaginate, ma all’epoca eravamo soltanto due ragazzi, e certe volte non sapevo come fare. So che vi state chiedendo che fine abbia fatto il vostro caro Leonard, ma il punto è che fare il buffone non risolve sempre tutti i problemi del mondo. Beh, quasi tutti.
“Grazie Leonard, ma non ho appetito,” aveva detto, sempre tutto educato e preciso com’è lui. Se mi avesse fatto la stessa domanda prima gli avrei riso in faccia perché cioè, non avevamo dodici anni, e ‘merenda’ era una parola veramente stupida, e poi comunque avrei detto di sì, perché a quell’età avevo sempre una fame da lupi.
“Allora magari riposati,” dissi io, e quando Saph iniziò a scuotere la testa per dire di no, aggiunsi, “vedi che ti conviene farlo ora o mai più perché devo fare degli schizzi, e quindi starò buono e in silenzio. Dopo invece devo saldare, quindi regolati tu.”
La mia impudenza mi aveva guadagnato un sorriso autentico, e il fatto che Saph chiudesse il suo volume di legge e si alzasse, spingendo indietro la sedia.
“Va bene, mi arrendo,” disse, togliendosi gli occhiali e massaggiandosi la radice del naso, dove gli appoggi delle lenti avevano scavato due solchi profondi, “tanto più che sto producendo molto meno di quanto vorrei.”
“Sì sì, certo,” dissi. Ero preoccupato ma non volevo sembrare mamma chioccia. “Dicono tutti così e intanto scommetto che hai imparato tutto a memoria. Io ci metterei dodici anni e non capirei niente lo stesso. Mi distraggo e guardo le mosche. Ecco qua,” conclusi, lisciando il copriletto a quadri un po’ stazzonato. Era vecchio e un po’ sdrucito e con delle macchie di grasso che non si toglievano più, ma l’avevo cambiato da poco e quindi era tecnicamente pulito. Non ce mi importasse molto dell’ordine e della pulizia, ma questo Saph lo sapeva benissimo, e oltre a predicare di tanto in tanto sul fatto che mettendo in ordine avrei trovato tutto più facilmente non si azzardava a giudicare.
“Ora ti stendi un poco e ti riposi, così intanto il genio lavora.”
Saph si stese di buon grado, con un sospiro di sollievo che raramente gli avevo sentito emettere con tanta convinzione. Saph era instancabile, incrollabile e generalmente perfetto in ogni cosa. Non si lasciava andare a pubbliche manifestazioni di sconforto.
Sistemato Saph, mi misi a disegnare i miei bozzetti, perdendo tempo e scarabocchiando polpesse e sirene sui margini dei progetti.
Dopo un po’, la voce di Saph, attutita dal bozzolo di piumoni e cuscini, mi interruppe mentre disegnavo l’ultima scaglia sulla coda di una sirenetta che avevo avuto il piacere di conoscere tempo prima e di cui non vi dirò niente per puro dispetto. Non avevo iniziato neanche uno dei miei bozzetti, ma va da sé che la mia era stata una scusa per permettere a Saph di riposare.
“Perché sei così gentile con me?”
Ora non so voi come reagireste, ma a me sfuggì la presa sulla matita a carboncino e il risultato fu che il mio disegno della sirenetta procace fu rovinato.
Non mi girai, e non mi venne neanche un mente qualcosa di estremamente intelligente o estremamente stupido da rispondere.
“Uh?” fu tutto quello che riuscii a dire.
“Ho detto, perché sei così gentile con me? Hai molti amici, degli ammiratori… insomma sei uno popolare.”
Saph si era tirato a sedere sull’ammasso pericolante di coperte che costituiva il mio letto e fui costretto a voltarmi, fosse anche solo per assicurarmi che il mio amico non ne fosse inghiottito.
“Sei mio amico no?” dissi, a disagio. Perché vedete, il vostro Leonard è privo di vergogna e non ha difficoltà ad ammettere le cose più sgradevoli, tipo che odio tagliarmi le unghie dei piedi, e che il conte Louis, il capo degli Splendenti, aveva delle mire su me medesimo quando non avevo che tredici o quattordici anni (non vi sto raccontando niente di nuovo, anche i sassi sanno che il conte Louis adora i ragazzini), e potrei anche dirvi che a tredici anni ero già un po’ baldracca, ma questo vi metterebbe a disagio e comunque non è questo il punto. Il punto è che non ho problemi a raccontarvi qualsiasi cosa, pure la più intima, ma non mi piace parlare di sentimenti. Soprattutto non col mio migliore amico. Soprattutto quando il mio migliore amico è vulnerabile, e triste, e ha problemi a casa e probabilmente sta molto peggio di quanto io possa mai capire. Soprattutto quando, insomma, le sue condizioni fanno sì che anche io sia molto più sensibile.
“Sì, certamente…” rispose Saph, soppesando i dati a sua disposizione, “sei il mio migliore amico, se vogliamo usare una locuzione tanto antiquata.”
“Beh e allora di che ti preoccupi. Dormi che è meglio, oppure c’è un ‘Donne e Ingranaggi’ sotto il materasso se proprio non ti cala la palpebra.”
Saph si indignò come avevo previsto, e come avevo previsto fece finta di non essere indignato.
“Ma quello che non capisco,” disse, “è perché ti prendi tutto questo fastidio. Non hai chissà che benefici dalla mia presenza o dalla mia compagnia.”
A questo punto, credetemi, ero a tanto così dal rovesciare il tavolo e distruggere tutto e fare chissà che altri stupidi atti dettati dall’esasperazione.
Ma sapevo che Saph non mollava la presa una volta che si era attaccato a qualcosa.
“Va bene,” dissi, stringendo i denti e alzandomi in piedi. Tutto il divertimento se n’era andato e non so era rimasto soltanto un senso di bruciore nello stomaco, una cosa che provavo soltanto quando, ah, per esempio quando mi capitava di essere sul punto di andare a letto con un personaggio importante, che mi incuteva timore o cose così. Insomma, alle porte di uno sviluppo importante. Ero nervoso e io non ero mai nervoso, neanche se ero in ritardo con le consegne agli Splendenti o se qualche impianto esplodeva e il cliente veniva a protestare lanciandomi minacce sanguinose.
“Vuoi sapere perché sono così gentile con te, Saph?”
Saph fece sì sì con la testa, guardandomi perplesso. I suoi occhi azzurri erano velati, leggermente fuori fuoco perché era senza occhiali.
Mi avvicinai di più, sentendomi un po’ come un pistolero di quei vecchi film che ora si possono vedere solo sulle piastrine della Biblioteca Temporale, quei film girati in posti polverosi e con antiquate pistole e pistoleri eroici e assalti alla diligenza? Ecco quelli.
“Saph, e dire che pensavo che fossi intelligente,” dissi, sedendomi sul bordo del letto e rischiando di volare via con i piumoni, la trapunta e Saph.
Mi misi a sedere un po’ meglio nello stesso istante in cui Saph si sporgeva verso di me, per mettermi a fuoco completamente. Ora il suo viso – pallido, coperto di piccolissime efelidi, e con le sopracciglia aggrottate nello sforzo – era molto più vicino al mio.
Sbuffai sonoramente.
“Va bene, qui l’uomo dei discorsi sei tu e se parlo faccio danno. Facciamo così,” dissi, e mi sporsi per prendermi un bacio.
Ora io potrei mentire e dirvi che fu il bacio migliore che avessi dato o ricevuto, ma la verità è molto più ridicola: non solo presi una dentata memorabile, che a pensarci ancora mi fanno male gli incisivi, ma Saph, che era appunto un po’ orbo, si tirò indietro istintivamente e quindi finii per dargli un morso molto poco sensuale, più che un bacio. Il secondo tentativo andò un po’ meglio e per il terzo eravamo ormai riusciti a perfezionare i rispettivi diritti e doveri. Non ero più nervoso o se lo ero si trattava comunque del mio elemento e il fatto che l’oggetto del mio desiderio – l’ho detto! – fosse Saph mi rendeva sì più agitato e guardingo ma allo stesso tempo mi dava una sensazione di potere.
E una sensazione molto più dolce e violenta del potere fu quella che mi pervase al rendermi conto del fatto che Saph ricambiava il bacio.
Il bacio si protrasse più a lungo di quanto avessi sperato, soprattutto se avessi dovuto basarmi sull’esperienza precedente che, come ho detto sopra, era stata quella che era stata.
Ora dovrei dirvi che quando il bacio terminò, lasciandoci ansimanti e con gli occhi tutti lucidi e annebbiati, mi resi conto che Saph mi stava stringendo, accarezzandomi leggermente la schiena, e potrei anche dirvelo ma sarebbe scontato e stupido, e renderebbe banale una cosa che magari lo è ma che all’epoca sembrava molto diversa.
Fortunatamente, avendo di nuovo la possibilità di parlare – ma non le facoltà mentali necessarie per farlo – non persi l’occasione di dire qualcosa di idiota.
“Saph… ma tu…” dissi infatti, e fui ricompensato per la mia idiozia da un suo sorriso e da un bacio sulla punta del naso, una cosa che in altre circostanze avrei ritenuto ridicola al punto da rotolare per terra tenendomi la pancia. Ma insomma, voi capite, io ero appollaiato in modo precario sull’orlo del mio letto, stretto al mio migliore amico che mi sorrideva come se fossi la cosa più bella del mondo, e non era più tutto pallidino e mogio.
Allora mi dissi, beh, vediamo dove ci porta il vento, e mi stesi lungo sul letto accanto a lui, rischiando nuovamente di far cappottare tutto, ma Saph mi tenne per la vita riuscendo a farmi finire sopra di lui.
Ora, so che ha dell’incredibile ma io sto raccontando soltanto i fatti veri veri, così come sono accaduti, e quanto è vero che Santa Ekundra mi protegge, Saph divenne improvvisamente tutto rosso e tutto serio e pensai che mi avrebbe respinto, ma invece sentii la sua mano muoversi tra di noi, tentando di slacciarmi la cintura.
Mi dissi che non potevo essere da meno, e ripetei il gesto, cercando la via tra le vesti lunghe di Saph. Al mio tocco divenne rosso scuro in volto, ma aggrottò le sopracciglia in una smorfietta determinata, come se la mia mano nelle sue braghe fosse soltanto un comma più astruso del solito e lui fosse deciso a sbrogliarlo, con o senza thesaurus.
Lo baciai di nuovo mentre tentavo di avere la meglio sul groviglio delle sue vesti – il miglior anticoncezionale prodotto nella storia, oserei dire, per quanto questo sia molto surreale, poiché neanche se avessi voluto avrei potuto… oh via, basta sproloquiare – e lo baciai ancora quando riuscii a sfilargli la palandrana grigio scuro dalle braccia e dalla testa e a spingere le dita oltre l’orlo dei suoi calzoni, accarezzandogli la pancia piatta piatta, quasi tirata, e poi più giù, fino a stringerlo con decisa delicatezza tra le mie dita. La mano di Saph, che aveva tentato una caretta tanto ardita, era ricaduta lungo il suo fianco. Gliela presi e, nonostante esitasse, la riportai dov’era, perché seguisse il mio esempio.
Saph mi sorprese di nuovo, piuttosto lesto nell’avere la meglio sulla mia cintura – che prima non aveva slacciato del tutto – e imitandomi con una sicurezza che non avrei immaginato e che magari non era supportata dall’esperienza, ma compensata dalla testardaggine di cui sopra.
E poi, beh, dovrei essere crudo, e dirvi che proseguimmo così a smanacciarci come i due ragazzotti alle prime armi che eravamo – o almeno Saph, perché io non avevo molti dubbi nel maneggiare il pistone idraulico – finché non inondammo il letto o, dimostrando un po’ più di buon gusto, potrei aggiungere che fummo in grado di procurarci reciproca soddisfazione, e non una sola volta. Potrei dirvelo in sette otto modi diversi, ma mi pare che le basi siano coperte, o serve un disegnino? Manina + cazzetto = goccioline? Nahh.
Sia come sia, qualcosa nei nostri movimenti dovette turbare l’equibrio degli strati del mio letto e prima che potessi accorgermene ci ritrovammo sul materasso inclinato tra il pavimento e il blocco di coperte appallottolate, con Inkpot che schizzava di qua e di là come impazzito e i coniglietti di polvere che minacciavano di aggredirci.
Saph starnutì.
In bilico sul materasso a quarantacinque gradi, stretto a Saph mezzo nudo e affannato, con un batuffolo di polvere che gli era planato sul naso, non trovai niente di meglio da fare che baciarlo ancora, a tradimento, e riprendere da dove avevo lasciato.


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