ouroboros_corsair: (Default)
[personal profile] ouroboros_corsair
Titolo: An ordinary catastrophe
Fandom: Sherlock BBC
Rating: Generale
Conteggio parole: 1311
Disclaimer: blabla Holmes appartiene alla bonanima di ACD. Sherlock BBC appartiene alla BBC e a Moftiss. Whatever.
Spoiler: Viene menzionata una scena di The Reichenbach Fall (2x03), ma tecnicamente oltre a quello non c'è un granché...
Scritta per: Prima settimana della Zodiaco!Challenge @ [livejournal.com profile] fiumidiparole. Il prompt era catastrofe.
Note: Non lo so. Sono due anni che non posto niente. E' la prima volta che scrivo su Sherlock BBC. Non lo so, I'm ordinary. I'm on the side of angels.



Mi chiamo Molly Hooper, lavoro all’obitorio del St. Bart’s e mio padre è morto.

No – lui lo dice sempre che non dovrei fare conversazione spicciola – no, non intendevo dirlo così.

Salve, mi chiamo Molly Hooper e dove lavoro non importa. È vero che sono orfana di padre, però mi resta mia madre (una fanatica dei cosmetici) e mia sorella (scappata via di casa a diciotto anni, ora ne ha ventisette e vive in una council house con tre bambini che hanno tre padri diversi).

No – è snervante! Ha sempre ragione – ok, la mia famiglia non importa.

Sono Molly Hooper e sono una persona qualsiasi, con una vita qualsiasi, anche se un po’ diversa da quella delle altre persone, meglio non stare a dire perché e percome.

Non c’è niente di speciale in me, faccio il mio lavoro – lavoro in un laboratorio, lavoro in un laboratorio, lavoro in un laboratorio – e ogni tanto aiuto la polizia, o meglio, gente che collabora con la polizia.

Passo il tempo a dire cose che non dovrei dire e a mordermi la lingua quando è troppo tardi. Ci provo con uomini palesemente sbagliati e poi mi sento stupida per giorni quando non chiamano.

Però non mi impressiono per niente al mondo, non importa quanto sanguinolento o disgustoso. Suppongo che questo valga qualcosa.

Quando sono andata da mia madre e le ho detto, “beh, sai ma’, ho avuto quel lavoro…”, e lei ha subito pensato al posto da Boots – ha pensato ai rossetti, ai prodotti per capelli, allo smalto per le unghie ed è quasi ascesa al paradiso, così, su due piedi – forse non è stato il momento più brutto della mia vita, ma non è stato sicuramente il migliore.

E quando le ho detto che avrei lavorato all’obitorio ho visto il suo sorriso alla fragola scivolarle dalle labbra e rompersi per terra. All’obitorio? In mezzo ai cadaveri? Ma una bella ragazza come te…

E perché una bella ragazza come me non dovrebbe lavorare tra i cadaveri? Non sono di molte parole, ma spesso risultano più intelligenti di quando erano vivi. No, dico veramente.

Ora, non voglio dire che lavorare con i morti non dia una prospettiva un po’ tutta storta della vita, almeno rispetto a quello che la gente normale pensa che sia una prospettiva normale, ma mi sono accorta molto presto che la mia prospettiva non era quella di una persona normale, e ad un certo punto cosa fai? Accetti quello che sei e vai avanti, giusto?

Ci ho messo un po’ ad accettarlo, e ci ho pianto tante lacrime, sbavando tutto il mascara nel cuscino come una perdente e chiedendomi perché mai a trent’anni ho ancora la camera piena di peluche morbidi – ma io lo so e per me ha senso, mi ridanno un po’ d’affetto quando torno dall’obitorio dopo una giornata a squartare cadaveri - e perché forse sono l’unica che a trent’anni non ha niente di quello che tutti hanno (una casa, una famiglia, degli obiettivi nella vita, degli amici, un mucchio di soldi, tutte le paia di scarpe che una ragazza può desiderare), ma quando mi asciugo le lacrime e ci penso veramente, capisco.

Capisco che alla fine se sei fatto in un determinato modo, non puoi veramente cambiare. Puoi attenuare i tuoi difetti, ma non puoi sradicarli.

Puoi farne la tua forza.

Conosco delle persone che così si sono costruite la vita. Tutto intorno a difetti che dovrebbero rendere loro impossibile qualsiasi forma di vita sociale.

Ok, conosco una persona che si è costruita una vita intorno alla più singolare serie di difetti che io abbia mai visto prima e, veramente, penso che lui sia un caso estremo e che a volte essere tanto singolare debba renderlo infelice.

Fatto sta che a rigor di logica dovrebbe essere una persona molto sola, praticamente inavvicinabile, e invece ci sono persone intorno a lui.

Persone buone (come il dottore), persone intelligenti (come l’ispettore Lestrade, qualsiasi cosa ne dica lui), persone premurose (come la signora Hudson), e persone come me. Non so se valga molto, ma suppongo che il solo fatto di sopportarlo sia un punto a mio favore.

Le persone come me – ce ne sono? Sono l’unica a vedere il mondo da questo angolo storto, come davanti ad uno specchio deformante? – forse hanno un pregio ben nascosto, e anche un po’ di orgoglio nel possederlo.

Sono una persona socialmente imbranata e se apro la bocca ne escono freddure imbarazzanti, capaci di congelare la più accaldata delle discussioni. Sono il tipo di persona che resta bloccata nelle porte girevoli, e che tira le maniglie invece di spingerle. Sono il tipo che non è in grado di spingere un maniglione antipanico nella direzione giusta. Sono un disastro, una catastrofe.

Il mio pregio, però, è nel fatto che ad un certo punto l’umiliazione di ogni respiro e di ogni pensiero distorto e di ogni parola detta al momento sbagliato e con l’intonazione sbagliata, ad un certo punto quell’umiliazione sparisce, e diventa una forza.

Qualsiasi cosa dico, sbaglio? Bene! Allora posso dire quello che penso, e se provoca una reazione strana, tanto meglio.

Sono considerata un tipo strano, un tipo un po’ svitato? Ancora meglio! Se per una volta parlerò in modo diretto, senza farfugliare come una cretina, per quell’unica volta sarò ascoltata.

E quando ha funzionato veramente – quando ho iniziato a dire quello che pensavo, senza girarci troppo intorno – ho sentito dentro un senso di trionfo così forte che qualcosa dentro si è spezzato per sempre. Tipo una diga travolta da una piena inaspettata. La mia diga mentale si è crepata, è letteralmente esplosa.

E così gli ho parlato chiaramente. Suppongo che il modo orribile con cui mi si è sempre rivolto mi abbia aiutato a passare sopra il fatto che sono più che socialmente inetta, e a ignorare la spina che ho ancora nel cuore (nascosta, in fondo in fondo) per il non essere né un essere umano interessante – non noioso – sul margine del suo radar, né tantomeno una donna nel suo campo visivo.

Alle strette, sono probabilmente un oggetto marginalmente utile, come una provetta, o un vetrino da microscopio. Ma basta con questi pensieri, io sono oltre la puntura di questo rifiuto, che poi è avvenuto soltanto nella mia testa, perché non ho mai veramente chiesto. E lui non ha mai veramente ascoltato.

Dicevo, gli ho parlato chiaramente. Gli ho detto che vedo la stanchezza e la tristezza dietro la sua maschera. Vedo l’orgoglio di voler portare un’espressione rilassata e sorridente, anche se dietro vi è nascosta una profonda angoscia.

Ho fatto quello che penso sia il gesto più nobile di tutta la mia vita. Me lo dico da sola ogni mattina mentre ispeziono il mio colorito grigiastro – fai a gara con i cadaveri, Molly? Disastro. Sembri una scena del crimine – davanti allo specchio. Mi dico che sono stata grande. Nobile. L’inutile topolino che offre al leone una via di fuga, un aiuto inaspettato.

E poi mi vergogno di questi pensieri un po’ presuntuosi, perché la mia offerta è stata disinteressata, mi è uscita prima che potessi impappinarmi o versarmi addosso il caffè o blaterare cose inutili che non interessano a nessuno.

Non se lo merita, e io sono patetica se la trovo un’azione coraggiosa. Ma nel profondo so di aver fatto la cosa giusta, la cosa più difficile, e anche se non conto nulla, anzi, proprio perché non conto nulla, la mia offerta in qualche modo aumenta di valore.

Cammino un po’ più dritta nel mio maglioncino a fiori, un po’ più fiera. Ho detto a Sherlock Holmes che se mai avrà bisogno di me l’aiuterò in qualsiasi modo possa desiderare. Per una persona come lui, convinta di essere pressoché onnipotente – presuntuosamente convinta di non aver niente da chiedere al prossimo, nessun aiuto da ottenere – è un’offesa.

Per me, è una vittoria.
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